venerdì 27 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (parte terza)


Finalmente arrivo al confine serbo. Una delle immagini più nitide di questo viaggio. Mentre il treno rallenta, sulla strada polverosa una vecchia donna sale sulla sua bicicletta e comincia a pedalare. Vista dal finestrino è qualcosa di più: non sale solo lei in canna, ma tutta la sua vita. Che sta sulle spalle ricurve dallo sforzo degli anni, forse passati a zappare e zollare e rassodare la terra. È una visione privilegiata. Altro che cinema, altro che teatro. È la vita com’è. Una pedalata in bici con la fatica delle cose da fare ma anche i progetti ma anche le soddisfazioni ma anche i dolori. Ce n’erano diversi sulle sue rughe. Le vedevo una a una. Ogni ruga un dolore, una fatica per questa esistenza passata a schiacciare pesi, a tritarli, a metabolizzarli. A superarli. È come American Beauty: vedi la bellezza in una pedalata arrancante, vedi la vita che sale in bici e parte per una destinazione che è sempre la solita, magari, ma è sempre lì. Sai che se andrai lì ci puoi ancora stare in questo mondo. Pedali per poter continuare a pedalare. Niente di più. Ma scusate se è poco. A volte ci sembra scontato tutto, diamo, do per scontato che arriverò a lavorare, che riscuoterò lo stipendio, che il mio lavoro ci sarà sempre, che rivedrò mio padre e che quindi non ha senso che lo abbracci alla stazione metro a Roma e dirgli che mi manca tantissimo, perché tanto lo rivedrò. In realtà la bici si può anche rompere, bucare, andare fuori asse, arrugginire. Ma mi illudo che potrò ancora pedalarla perché ho visto com’è bello pedalare per il gusto di pedalare, vivere per il gusto di vivere, fare qualcosa per il gusto di farlo. Senza grandi progetti: solo per poterlo rifare. Proprio come la vecchia signora del confine.

Entriamo in Serbia, con stanchezza. Sono le ultime ore di un viaggio che il Tesla ha cominciato ieri sera, ed il fiato si affievolisce sempre più. Stanco come la trazione jugoslava: una 441 costruita in Romania e ammodernata dalla Rade Koncar di Zagabria quando ancora i cugini si parlavano. Dal confine fino a Belgrado non superiamo mai i 60 orari. E quando arriviamo a Novi Beograd, che già si vede una periferia ben sviluppata, la velocità scende a 20 e poi 10 orari. L’ultimo chilometro di ferrovia è a questa velocità: l’ingresso in stazione è qualcosa di mistico. Lentissimo, dilaniato e dilaniante, la ferrovia come metafora delle ferite serbe. È come se viaggiassimo su una lastra di ghiaccio e ogni passo fosse a rischio caduta. C’è una chiara dinamica in tutto questo: tecnicamente la massicciata della ferrovia non regge una forza orizzontale eccessiva, data da una velocità maggiore ai 10 km orari, metaforicamente è la volontà di chiudere con un mondo che sembra antico. Ancora una volta si celebra il funerale di un processo, più che di un mezzo di trasporto, dove la vita andava in un certo modo. Oggi non si può più tollerare di passare ore in treno per spostarsi di qui a là, e perciò finisce un modo di muoversi, una possibilità.

La stazione è abbandonata a se stessa, ci sono solo 6 binari degni di questo nome, gli altri sono aiuole cementate a metà senza nemmeno una tettoia per ripararsi dalla pioggia. Deserto ovunque, vita zero. Sono passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci son passato. Negli anni ’80 c’era la vita, la stazione era il crocevia delle varie etnie jugoslave che si spostavano da una parte all’altro del regno del maresciallo Tito. Ricordo c’erano le vetture degli espressi da e per Sarajevo che recavano sulla fiancata “Sarajevo 84” ed erano i giochi olimpici invernali. Ricordo la gente con le borse della spesa sotto braccio, con il pane ancora caldo. Passavano dalla stazione, forse venivano a comprare il pane in città perché in campagna si trovava più difficilmente, come in Romania. Adesso è tutto finito. Si ha l’impressione di essere ad un funerale. Assieme a me, a presenziare, c’è il ragazzo salito a Mestre e pieno di valigie, imbacuccato per il gran freddo. Ci dirigiamo assieme all’ufficio Wasteels per prenotare il treno successivo. Scopro che lui prosegue con il treno della mattina dopo per Istanbul. È ufficialmente un mito, un uomo da invidiare. Mestre-Istanbul, la vecchia linea dell’Orient-Express, fatta completamente all’avventura. Da Belgrado a Istanbul, via Nis e Sofia, 24 ore di puro rischio per 900 e passa chilometri all’interno di una delle regione più pericolose d’Europa, a contatto con la povertà più nera dei Balcani. Mi inchino a tal uomo, e ricordo un grande esercizio di Paolo Baiocchi, quando ci insegnava a non invidiare l’altro ma a chiedere un po’ della sua saggezza, della sua bellezza, della sua temerarietà. Ti porterò con me, mister National Geographic, la prossima volta che anche io troverò il coraggio per fare questo viaggio. Che poi se fai questo nella vita, ti resta solo la Transiberiana e poco altro, e puoi dire di aver vissuto.

Belgrado oggi è ventosa, un vento abbastanza freddo. Ho cambiato i soldi, anche questo un rito insolito per chi come noi è abituato alla grande casa euro. Quindi sono a fare i calcoli, cosa posso comprare, dove mangiare con questi pochi soldi che ho cambiato. Anche questa operazione ha dell’incredibile. Mi viene da pensare a quanta cultura si perde scambiando tutto con la stessa moneta. Qui invece no, qui c’è ancora il dinaro serbo. C’è ovviamente Nikola Tesla sul foglio da 100, e c’è una cultura diversa, perché qui la moneta ha un simbolo diverso, geograficamente legato a questo territorio e perciò frutto dello stesso. Ogni moneta racconta un popolo diverso. Le banconote serbe, di nuovo, sanno di un grande passato, di un passato fiero. In Romania sarà diverso, le banconote sono plastificate, come gran parte della realtà romena, dove con un po’ di restyling si cerca di tappare una miseria assolutizzante. Ma qui in Serbia la fierezza è anche dentro le banconote. E allora mi addentro nel centro di Belgrado, con il mio sacco in spalla, alla ricerca di immagini, sensazioni, colori, persone da scrutare e giudicare, da puro schizoide. Alla ricerca di un posto per mangiare e per passare del tempo bello. Nelle strade c’è già più vita, ci sono più bollicine, c’è più scaltrezza, più movimento e questo mi conferma che alla stazione ho assistito al funerale di un concetto. Qualche palazzo porta ancora i segni dei bombardamenti, ma accanto gli è stata ricostruita la vita. C’è stata voglia di rialzarsi, si percepisce. Hanno accettato lo schiaffo Nato con probità.

Mangio in un risto-pub che cuoce alla brace in mezzo alla strada: indico quello che mi sembra un hamburger o una salsiccia di maiale con pane e insalata. Stile MacDonald, ma tutta un’altra storia. Mi accomodo e resto infastidito e anche un po’ incazzato per il fumo. Si fuma ancora nei locali. Mi infastidisce mangiare dentro una camera a gas, ma quando sei dentro una magia, dentro un viaggio che aspettavi da anni ti va bene tutto. È incredibile come riusciamo a farci indorare le pillole più amare. Quando hai una cosa in mente, e solo quella, niente ti può distogliere. Non vedo l’ora che sia pomeriggio per salire sul Bucuresti Express, sul mio vagone letto, su quel vagone letto che mi ha cresciuto da quando avevo sei mesi. Aspettavo tutto l’anno di finire la scuola il 15 giugno perché sapevo che l’indomani saremmo partiti. Ho sempre sofferto le discussioni dei miei, il terrore che si separassero come è poi avvenuto: ma dimenticavo tutto perché c’erano quei tre mesi di vacanze romene che si aprivano e chiudevano con la cosa che mi piaceva di più, con il mio primo amore. Il vagone letto, il treno, il viaggiare. Potevano fare quello che volevano loro due, bastava che non mi toccassero il Firenze-Bucuresti via Venezia Trieste Villa-Opicina Ljubljana Zagabria Belgrado Stamora-Moravita Timosoara Craiova. Anzi, quel viaggio mi faceva sempre pensare che non si sarebbero mai separati. Allora come ancora oggi l’idealizzazione era il mio pezzo forte. E oggi, proprio oggi potevo ripercorrere quel viaggio di venti e più anni fa. Quindi che fumassero pure, tutt’al più moriranno di tumore. 

Voglio che il tempo passi veloce, voglio riempirlo di momenti concatenati. Illudendomi che cosi voli via. E in un certo senso ha un senso. Esperienza comune vuole che i momenti intensi volino via, mentre quelli noiosi ti appestino quasi infinitamente. Allora c’è la Biblioteca Nazionale. Struttura moderna, pienissima di giovani, si respira una bella aria. Soprattutto tutti parlano un ottimo inglese, segno di vitalità, di una gioventù che vuole fare strada. Altro che Fabri Fibra o Marracash o le bevute ripetute al Pigneto, che è più o meno l’orizzonte culturale più ardito dei nostri coetanei più giovani. Passo del tempo in compagnia di questa aria frizzante, controllo le ultime faccende online e mi appresto ad avvicinarmi al traguardo. Ancora un’ora e mezzo e sarò partito. Fuori Belgrado è ancora ventosa ed anche fredda, ma un freddo rispettoso dei tuoi limiti, delle tue possibilità. Si fa sentire con fierezza ma ti lascia spazio. Scendo giù per la collina che dalla Biblioteca porta alla stazione e una fermata obbligatoria in un forno per mangiare una squisita pasta locale, fatta di sfoglia e feta. Mentre cammino sono già dentro la stazione, quasi non mi accorgo del traffico intorno, delle persone che incrocio. Sono a qualche chilometro di distanza, ma con la testa già impegnata nella casa del regno ferrato. 

lunedì 23 gennaio 2012

un po' di numeri

il naufragio della Concordia all'Isola del Giglio mi da' l'occasione per ripensare a certi vizi del nostro paese. Nella stessa puntata, prima della satira scontata ma valida sul comandante Schettino, Crozza aveva dato uno spunto interessante. Ricordandoci che, dati alla mano del dipartimento delle finanze del Ministero dell'Economia, i gioiellieri dichiarano in media meno degli operai. Come libero professionista prima e come operatore sociale poi sono fiero di essere dalla parte di quelli che non pensano di essere più furbi degli altri.


Il nostro problema è che non c'è modo di mettersi al riparo dai furbetti dell'ultima ora, di tutte queste benedette ore italiane. Chi l'avrebbe mai detto a priori che uno come il comandante Schettino era un incapace? Facile dirlo oggi, a nave affondata. Ma prima? E quanti ce ne sono a giro come lui? Lo sport nazionale preferito consiste nella caccia al colpevole, il classico dagli all'untore di manzoniana memoria. Dimenticando che non serve a niente chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. 


Qui l'unico modo per evitare ulteriori disastri in futuro è investire in cultura. E' inutile fare programmi ambiziosi, elargire fondi per il lavoro, mantenere i contrafforti dello stato sociale. Buttiamo tutto a mare (sigh). L'unica cosa da fare è investire tutti i nostri soldi nella scuola, nell'università, nella ricerca. Facendole tornare ad essere centri di eccellenza. Che producano cultura e nuove invenzioni; senza invenzioni o brevetti faremo la fine delle anatre per il Foie Gras. Chi ci rintuzza il becco sono le varie multinazionali e le varie lobby, pronte a tirarci il collo quando saremo belli grassi.


Solo la scuola ci salverà. Ci ho lavorato per anni e ne sono sempre più convinto. E' la banca più sicura che esista. Solo la cultura ci salverà. Se la scuola dovesse cadere a pezzi, rimbocchiamoci le mani e acculturiamoci da soli. Siamo più ambiziosi, più curiosi, più ricchi di sapere. Sempre che non sia troppo tardi. Perchè forse ha ragione Crozza, Schettino non è stato l'unico a volerci rassicurare mentre la nave mentre affondava. 

Per saperne di più:

mercoledì 18 gennaio 2012

il mio viaggio nel tempo


Trascorrono le ore in questa quotidianità frenetica, colma, meravigliosa e mistica.
La sveglia al mattino mi ricorda che c’è un nuovo inizio.
Apro gli occhi e la luce attraversa le piccole fessure degli infissi riflettendosi come una trama intrecciata di pareti e specchi intorno a noi.
Ed è una corsa contro il tempo e contro la gran voglia di rimanere per ore a letto a guardarsi.
E poi c’è il momento della colazione, uno dei pochi momenti di condivisione, seduti ad un tavolo, della giornata. È il momento del progettare la giornata e del dirsi arrivederci.
E ora di corsa a vestirsi… è ora di andare a lavoro!
Il traffico in città mi accompagna costantemente, clacson e sirene delle ambulanze e degli uomini della sicurezza rappresentano la mia musica quotidiana. Sono ferma ad un semaforo, alla radio danno “Insensitive”, canzone della mia adolescenza, ed io inizio a canticchiarla… e i miei pensieri volano… volano insieme a quello stormo che alto in cielo disegna continuamente la sua danza in divenire. Resta lì, nel cielo grigio di un inverno che stenta a freddare, e si muove e volteggia fiero di ciò che è di ciò che è capace di fare. Libero…
E i miei pensieri viaggiano a ritroso tornando all’anno 1998, anno in cui, ad un passo dalla maturità, il nostro caro prof. Gianfranco donava ad ogni componente della classe “Il gabbiano Jonathan Livingston” di Richard Bach: era il suo augurio per il nostro futuro e per me lo è stato! Dedicato “Al vero gabbiano Jonathan che vive nel profondo di noi tutti” mi colpì, ricordo, per il forte senso di libertà che un paesello di cinquemila anime non era mai riuscito a darmi. Fu come fare pace con le mie origini, dalle quali tanto avrei da sempre voluto scappare. Scoprii che era tutto così come sarebbe dovuto essere, che tutto ciò che quel posto mi aveva donato fino a quell’istante era semplicemente il meglio che io potessi avere! E allora? Era giunto il momento di partire, alla ricerca di nuove avventure, alla ricerca di nuove risorse da poter “ciancicare”.
Il semaforo segna il verde ed il mio viaggio prosegue. Attraverso piazza San Giovanni in Laterano, un cartoncino scritto a mano sposta la mia attenzione della magnificenza della Basilica. Con una freccia indica che alla mia destra si trovavano stanziati e accampati gli “indignados”, simbolo ormai purtroppo di una civiltà e di un precariato che non sa più come gridare aiuto.
Proseguo il mio viaggio e a via dell’Amba Aradam il solito ingorgo inizia a compromettere il mio umore. Forza, ancora un po’ e si arriva al mitico semaforo che tutto blocca e allo stesso tempo tutto sblocca! Manca poco, ci siamo, finita “la Colombo” sono ormai quasi al lavoro.
Salendo la rampa inizio ad incontrare i primi saluti e i primi sorrisi di gente conosciuta. Sono “le ragazze” (è così che mi piace definire le ospiti del centro presso il quale lavoro) che accompagnano i loro bambini a scuola. Sento che è iniziato il mio lavoro, mi aspettano circa 7 ore di intensissime emozioni. Sono delle più disparate, allo stesso modo delle tante nazionalità che popolano il centro. Basta spostare lo sguardo di pochi metri per passare da una carnagione color cioccolato che proviene dalla vecchissima Africa, ad un’altra candida come la neve proveniente dall’est dell’Europa.
E le vicende quotidiane si susseguono:la burocrazia, i rapporti con i colleghi e con gli enti committenti, i colloqui con le famiglie, la gioia del poter vedere andare via qualcuno che “ce l’ha fatta”, la tristezza del guardare chi difficilmente potrà farcela poiché affetto, tra le tante altre cose, da un male purtroppo incurabile. E ancora le richieste di aiuto, e poi quelle di sostegno per le difficili condizioni di vita di una madre sola con un bambino…
Ed è il momento di una “piccola pulce” marocchina di tre anni che, facendo capolino dalla porta dell’ufficio, con in mano tre braccialetti elastici formati da piccole perline di colore giallo canarino mi dice: “Chiara, quetto è legalo pè te!” (“Chiara, questo è il mio regalo per te!”): è il suo modo di ringraziarmi poiché, in occasione del Natale, ho scelto una trousse di trucchi da donarle (non aveva fatto altro che strillare “Grazie!” per i successivi dieci minuti tremando come un pulcino bagnato ma non dal freddo, dalla felicità!).
Sono passate diverse ore, tutto sembra essere tranquillo, è ora, possono finalmente tornare a casa. Il viaggio di ritorno è accompagnato interamente dalla voce di mia madre che a tratti si lamenta dalle tante tasse con le quali questo nuovo governo sta tassando i cittadini, a volte sorride e si meraviglia per una frase inaspettata da pare di uno dei nostri nipoti. Un saluto ed un arri sentirci a domani.
A casa le faccende domestiche si susseguono ma c’è ancora tempo per annusare gli odori della nostra casa, osservarne i colori che tanto influiscono sul nostro buon umore, assaporare il gusto del cibo che sto preparando per la cena.
E i miei pensieri continuano a vagare e le emozioni mi assalgono confusamente pensando al futuro.
È gennaio, stiamo attraversando il primo mese dell’anno 2012 che tanto abbiamo aspettato. Fra un po’ quest’inverno passerà.
E la primavera si avvicenda… e maggio è il mese dedicato dalla Chiesa alla Madonna, il mese delle tante preghiere, dei pellegrinaggi fatti a piedi per raggiungere quei Sacri Santuari che da piccola e poi da adolescente frequentavo. Quei luoghi dove tutto è silenzio, dove donne e uomini sfiniti dalla stanchezza “cascano a pezzi” dopo chilometri e chilometri percorsi a piedi scalzi per “voto”.
Ed è anche il mese delle rose, il mese in cui sbocciano e fioriscono… tante cose!

Chiara

martedì 17 gennaio 2012

sulla ricchezza delle persone


In periodi di crisi economico finanziaria è d’obbligo parlare di ricchezza delle persone. Ne ha parlato recentemente anche il prof. Mario Monti, dandone una ottima definizione: “la ricchezza dovrebbe essere il risultato di un merito, non di una rendita o di qualcosa che si forma sulle spalle di altri che non sono abbastanza forti per opporvisi”. E così dicendo ha già tagliato fuori, ad esser generosi, un buon 60% dei ricchi italiani, che certo non hanno sfruttato il loro talento o hanno costruito qualcosa di importante. Penso a tutte quelle situazioni monopolistiche o lobbystiche che infestano il nostro paese.  E che presto, vedrete, torneranno ad alzare la voce per dissolvere in un niente di fatto le liberalizzazioni promesse. Come sempre succede da anni in questo paese.

Non facciamoci fregare dunque. Se cerchiamo di opporci a questa dinamica in realtà non facciamo altro che giocare al loro gioco, che si potrebbe anche definire “lamentele distruttive di poveri invidiosi”. Proprio perché è necessaria una fase di vita in cui noi tutti ci prendiamo per mano e cominciano a giocare infinitamente, è importante avere un altro orizzonte rispetto a quello del mondo finanziario (di cui come al solito Milena Gabanelli e la sua squadra hanno dato un’ottima rappresentazione http://www.youtube.com/watch?v=8XNfpoJOKDc) .  Lasciamo che queste persone vivano la loro vita nel loro stretto confine e che giochino pure a contare i loro soldi. Possiamo essere liberi da tutto ciò, lo ha già mostrato John Carse.
Se continuiamo a vedere il problema della ricchezza e della povertà con gli occhiali del reddito non andremo  da nessuna parte. Già da tempo si sa che la famiglia è incompatibile con il modello capitalista degli anni 80/90 e turbo capitalista degli anni attuali. Come osserva giustamente Umberto Eco non è stato il comunismo a distruggere le famiglie, come forse sosteneva il Vaticano  o certa cultura occidentale, ma il capitalismo, che pian piano, anno dopo anno, ora dopo ora ha eroso la quantità di tempo a disposizione per stare assieme e per farci stare invece sul posto di lavoro, come moderni schiavi di una Matrix Finanziaria che è sotto gli occhi di tutti.

Serge Latouche suggerisce giustamente che la società moderna sta compiendo una lotta faustiana contro la natura per allungare la durata della vita. Ma non servirà a niente vivere di più. Servirà di più invece vivere meglio. Essere ricchi di cultura, presenza, consapevolezza, umanesimo.

Era ricco San Francesco perché baciava i lebbrosi, e lo faceva non per carità o per conquistarsi la santità, come spesso ci ha insegnato la Chiesa, ma perché così facendo diventava un uomo libero. E tante grazie a Paolo Quattrini che me l’ha fatto vedere. Era ricco per lo stesso motivo Ernesto Guevara quando stringeva la mano dei lebbrosi di San Pablo.

Siamo ricchi se passiamo una serata con gli amici lontani, a chiacchiera attorno ad un tavolo al cui capo c’è la bambina più bella e felice del mondo. Se siamo ancora capaci di emozionarci per un tramonto dal finestrino del treno, per una frase speciale della tua migliore amica scritta su un pezzo di carta, per una stretta di mano con un senegalese o con un afghano, se accompagniamo il sole mentre sbrina il verde dei nostri giardini, se abbiamo voglia di appassionarci, se riusciamo a sentire il profumo del pane al mercato sotto casa, a vedere i greggi di pecore che scendono sulle colline, o a stare di fronte ad un bambino con un grave handicap che sbava, sputa, emette dei suoni e non puoi fare altro che guardarlo negli occhi e dichiarargli la tua impotenza e la tua voglia di stare comunque lì. Che siamo due forme della stessa materia, e lui lo sa, e non me ne volere se sono (forse) più fortunato, e lo capisce e ti sorride.

Tutto questo mi è successo in due soli giorni, ed ha dilatato il mio tempo, rendendolo bellissimo ed infinito.

Ad oggi l’unico sistema conosciuto per invertire la freccia temporale e provare a sfidare la relatività di Einstein. 

N

sabato 14 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (parte seconda)


Passare attraverso è quello che i treni sanno fare meglio. Te lo fanno con una poesia che, ammettiamolo, non riesce a nessun altro. Mentre tu dormi ci sono le stelle che illuminano la notte tra Ljubljiana e Zagabria. Mentre tu dormi c’è una natura, quella slovena per esempio, che ti prende in cura e ti sorveglia. Tu ci passi attraverso, con la notte silenziosa, mentre alberi colline e montagne stanno sull’attenti. In rigoroso rispetto per chi passa attraverso, per chi prova ad unire due mondi. Due polarità. Una figura e uno sfondo, forse ancora troppo cronicizzati.

Fa freddo, me l’aveva detto, gilet, che avrei dovuto chiudere il finestrino a Villa Opicina, che sarebbe entrato il freddo e che l’avrebbe avuta vinta sulla manutenzione della vettura, che non ha più senso fare perché costa troppo, e già è un lusso spedirla a 800 km di distanza con in più un piccolo uomo sopra. Allora sto fermo fermo sotto le due coperte di lana, anche quelle di vero odor socialista, capendo che i grandi alberi di là fuori, assieme a tutta la natura sull’attenti, sono lì per ricordarti che gli basterebbe poco per invocare ancora più freddo. Fermo lì sotto sento come scivoliamo via per la Slovenia. Mi lascio abbracciare dall’incontro di rotaia e ruota, di rotaia ruota e scambi, da quello sferragliare che in tutta la vita è sempre stato rassicurante. Per me. È sempre stato il suono del movimento eterno. Di qualcosa che genera e che vive.

Il risveglio è infreddolito, in un posto imprecisato in mezzo alla pianura. Il treno sosta, e lento lento mi tolgo le due coperte socialiste, mi affaccio sul corridoio, vado verso l’altro capo della cuccetta e vedo che siamo in Croatia. Il locomotore infatti parla chiaro: una 1043 delle HZ (Hrvatzska Zeleznica). Insieme a me, infreddolito come me c’è il ragazzo che è salito a Mestre con diverse valigie. Decido di farmi una passeggiatina per il treno. Sono le 09.30, e arriveremo non prima di mezzogiorno e mezzo. Noi siamo la prima vettura, poi seguono le seconde classi tutte croate, compreso il vagone ristorante. In ogni finestrino delle porte di accesso delle vettura c’è di nuovo il nome di Tezsla, ma stavolta indica l’espresso da Zagabria a Belgrado, di cui noi, in quanto cuccetto Venezia-Belgrado siamo un appendice. Tezsla quindi viene tenuto dentro questo lembo di terra slava, e riesce a superare quei confini culturali di un conflitto serbo-croato che dura da anni, perlomeno dal novanta. È pur sempre un vanto degli slavi. Ma fuori di qui nessuno riesce a saperne molto. Sfido chiunque a conoscere la sua storia. Intanto fuori passano uno dietro l’altro i paesini croati, che ricordano da vicino quelli austriaci o tedeschi. Le case sono molto ordinate, tutte con il tetto spiovente per far scendere la neve, ognuna con il suo orto sul retro. C’è vita attorno a questi paesaggi. C’è voglia di ripartire e sembra che ci siano anche le possibilità per farlo. Molti salgono sul treno ad ogni fermata, segno evidente che è ancora il mezzo di locomozione preferito, e quando le cose stanno così significa che c’è ancora “povertà”. Già perché di qua dall’Adriatico, ma in generale in Occidente, si pensa che spostarsi con i mezzi per il popolo sia segno di povertà. È senz’altro un vivere diverso, con dei ritmi più naturali: la mattina si aspetta il treno da Zagabria, se voglio arrivare a Vinkovci. Ne passa solo uno presto, gli altri molto dopo, e potrei fare tardi e allora tutti insieme sul marciapiede o nelle sale d’attesa dove c’è l’odore della gente che aspetta e che si carica sulle spalle la fatica della giornata. Si sale sul treno e ci si sposta senza quell’automobile che altro non è che una pedina fondamentale del gioco “ti ripulisco il portafoglio facendoti credere di essere libero di far quel che vuoi e come vuoi”. E allora capita di incontrare gli sguardi della gente, degli altri passeggeri: anche loro sono stanchi, anche loro sognano qualche piccola amenità, un nuovo televisore, un nuovo computer, una nuova lavatrice moderna, e ti rendi conto che anche qui il capitalismo ha già messo radici. E capisci che si, sono sul treno e mi sposto pazientemente ai ritmi delle ferrovie croate, ma è solo una tappa di avvicinamento. A breve, come ho acquistato il cellulare, acquisterò anche il condizionatore, perché d’estate fa caldo e quello che era sopportabile dai miei nonni non lo diventa più per me e quindi devo mettermi l’aria condizionata. Non posso fermarmi: il capitalismo è anche una grande illusione, un grande gioco delle tre carte dove vuoi credere che non ti puoi fermare. Il consumismo, che è il suo braccio armato, è il superamento dei limiti fisici per cui devi sempre avere di più e non puoi mai tornare indietro: sonora batosta, perché chiunque ha esperienza della fatica che ti chiede un po’ di riposo, del pianto che richiede consolazione, della gioia che richiede malinconia. Nel corpo non c’è un proseguire la crescita ad infinitum: ad un certo punto ci si ferma e si ridiscende la curva.

Così ridiscendo lungo il treno, lungo i vagoni, e vedo persone silenziose. È quel silenzio che riconosco bene: in Germania, Austria e Svizzera sa di efficienza, le persone stanno civilmente sedute in treno pensando a trovare soluzioni più efficienti per il loro lavoro e per guadagnare onestamente; in Italia, quando c’è e le rare volte che c’è perché i cellulari non prendono, sa di stanchezza, per una situazione sporca, faticosa, disagevole e tutto il resto; in Inghilterra sa di Queen Elizabeth, ma nel mentre si pensa all’appuntamento al pub con gli amici per la birra delle cinque o alla partita del Manchester o del Liverpool; In Croazia, Serbia, Ungheria, Polonia sa di umiltà, sa di gente che è consapevole di essere “indietro” rispetto ai cugini capitalisti, e si vuole dare da fare per salire sulla potente (?) locomotiva consumistica. È comunque umiltà, ed è bello ancora respirarla sul Nikola Tezsla da Zagabria a Belgrado.

Decido di rimanere ancora un po’ al freddo della cuccetta, giusto fino al confine serbo-croato. Il paesaggio che scorre davanti è semplice, lineare, ma suggestivo. Una sconfinata pianura, che mi accompagna da quando mi sono svegliato stamattina e non mi lascerà fino a Bucarest: siamo nel cuore dei Balcani e la Sava prima, ed il Danubio poi hanno scavato un letto pianeggiante. Fa veramente impressione vedere lo stesso paesaggio per ore e ore. Le case sono ben pulite, gli intonaci ben fatti, c’è tutto intorno alla Croazia un gran da farsi. È come se fosse una gran bella vetrina. Solo la gente sa ancora di comunismo, e solo la generazione degli over quarantenni. I giovani non più. I giovani sono come le stazioni da Vinkovci fino al confine croato: tutte nuove, tutte a norma, tutte rinnovate con i fondi UE e con lo spirito di revanscismo nei confronti dei cugini serbi, che pochi chilometri più in là lottano con un po’ più di crisi.

venerdì 13 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (prima parte)


Ci sono tante immagini che mi solleticano il cuore durante questo viaggio nei ricordi. In quei Balcani che vivevo quando ero piccolo, e che mi sono voluto riprendere oggi, prima che sia troppo tardi perché da buon caratteraccio di pensiero penso sempre che non si sa mai. Tante immagini e tutti i sensi dentro questa due giorni da Roma a Bucarest, via Venezia, Zagabria, Belgrado, Timisoara.

C’è il contatto con la cuccetta delle Zeleznice Srbjie, un delirio di felicità. Sfioro i sedili di vecchio velluto verde, quello stesso velluto che c’era venti anni fa. Vent’anni fa lo vedevo dal finestrino del mio vagone letto, ed era del treno che andava verso Sarajevo e Skopje, e poi Sofia e Istanbul. Me lo sono assaporato tutto, quel sapore. È rimasto com’era vent’anni fa, ha resistito anche alla guerra che leggevo tutti i giorni sulla Repubblica tornando da scuola. È il sapore del comunismo. Non lo saprei descrivere, ma lo riconoscerei in mezzo a qualsiasi altro. Ci sono cresciuto in mezzo, quando a un certo punto di tutte le mie estati da bambino si apriva una dimensione parallela, dove suoni, colori, dinamiche, movimenti e odori erano diversi. Odori appunto.

Come questa sera di novembre 2011, nel vagone 423 del Nikola Tezla per Belgrado. Fuori pioviggina, ma è quasi ininfluente, è come se da lassù si adagiasse un manto di purezza su tutta la splendida Venezia Santa Lucia. Odori: dev’essere una mistura di polverestanchezza umidoillusionichedomanisaràmegliomaintantostoinfilaperilpane, la stanchezza e la pazienza di quegli uomini dell’est che anche Terzani ha sempre raccontato. Quella che ho visto per dieci anni della mia infanzia.

È stato intensissimo. Appena entrato dentro la cuccetta, odori colori e manipolazioni hanno aperto un canale transferale. Uno switch potentissimo verso un mondo, quello dei Balcani comunisti e socialisti. Anche il cuccettista è un vecchio uomo dei Balcani, col suo gilet dentro cui fa spallucce prima ancora che tu gli chieda qualsiasi cosa, e quella eterna sigaretta che gli accende un volto ancora attonito per non aver capito, forse, cos’è successo in tutto questo tempo e perché un chilometro dopo Villa Opicina le cose pian piano prendevano un altro colore. Eppure era solo un chilometro. Eppure chilometro dopo chilometro si ingrigivano.

Nel mio shock arancione fuoco gli vedo addosso la dignità di un intero popolo. Mentre passeggia sul binario è tutta la Serbia. Ci ricorda che sono interessanti, tutti quanti, quel chilometro dopo Villa Opicina. Poi c’è quel Nikola Tezla che vale da solo il prezzo della cuccetta: gli dissero che non sarebbe mai riuscito ad invertire il ciclo della corrente elettrica. Li ridicolizzò tutti poco tempo dopo. E tutt’oggi, in ogni istante di questa era in cui qualcosa brucia l’oro nero che poi passa alternandosi dentro ogni casa, ogni cellulare, ogni computer.

Respiro a pieni polmoni quell’odore di comunismo, mentre l’espresso lascia la laguna e comincia a volere prima Ljubljiana, poi Zagabria e poi Belgrado. Una dietro l’altra come le stelle del carro. Mi rendo conto che sarò solo, che tutto il vagone è praticamente vuoto, perché non si viaggia più così. Oggi è fuori moda. C’è l’alta velocità in Occidente, e le low cost a est di Roma. Oggi è da stupidi mandare un vagone da Belgrado a Venezia, con un cuccettista e 4 paganti. Ci hanno raccontato che non ha senso, che costa troppo, che è controproducente, che conviene inquinare l’atmosfera con gli scarichi dei motori a reazione, che la gente vuole spostarsi veloce e non sentire il rimasuglio d’odore del comunismo a est, che conviene nutrirli con l’aspettativa del tutto si può, del “e che ci vorrà mai ad arrivare di là dall’Adriatico con due eliche a reazione”. Ci hanno nutrito con il mito dell’efficienza, fregandosene dei limiti di una natura che vuole una notte da Venezia a Belgrado perché così hai più tempo di metabolizzare il cambio di tradizioni. E coglierle in tutta la loro essenza. 

L’efficienza. La chiamano così, o anche modernità. In realtà è solo portare le pecore al pascolo, dandogli odori asettici, come l’aria condizionata degli aeroporti, o la plastica dei sedili degli aerei, o le forme tutte uguali degli Airbus, e gli spazi stretti dove per un’ora e mezzo (mediamente si arriva da ogni parte d’Europa con novanta minuti di efficienza sparata in vena) non riesci nemmeno ad accavallare le gambe e tieni strette le chiappe che non si sa mai, qualcuno casca…si vabbè, ne cascano pochi, oh che dovrà toccare a me, no dai non è possibile, per la legge dei grandi numeri toccherà a qualcun altro. E così ogni tanto qualcuno si fa una bella supposta di efficienza e modernità, distendendosi al camposanto invece che in una cuccetta lungo un treno che illumina la notte tra Zagabria e Belgrado.

Ci hanno cresciuti a efficienza e modernità. Ci ha salvato John Carse, ricordandoci che anche loro, in questo gioco, pagano un prezzo. Il prezzo di riconoscere l’inevitabilità dell’accettazione di essere oppressi, ovvero se fossimo stati automi non sarebbe stata necessaria nessuna minaccia o nessuna creazione di Matrix. 

Leggo avidamente Terzani, come quando mangio avidamente. Non ho ancora imparato ad assaporare le cose. Lo diceva Perls, ma non ce la faccio proprio. Trangugio tutto, e non mi resta l’esperienza del sapore.
Nel silenzio si arriva a Villa Opicina. In quel teatro che è il binario uno siamo 3 o 4 spettatori in religioso silenzio di fronte all’imminente rito del passaggio: io, il cuccettista serbo, i due capitreno sloveni. Tutti sappiamo che stiamo per fare il passo di là, che non è un semplice passo, perché da lì si va dritti dritti nel cuore dell’Europa ferita. È come stare sull’orizzonte degli eventi del buco nero, ma stavolta Hawking non ci condanna alla disgregazione infinita della materia. Si può tornare, si può passare attraverso.

mercoledì 11 gennaio 2012

vivere insieme da terapeuti


E' un tango argentino: ci si sostiene vicendevolmente sentendosi al sicuro, sentendosi al riparo.

E' svegliarsi al mattino al suono della sveglia e sentirsi pronti a condividere un nuovo giorno insieme.

E' un continuo guardarsi "attraverso", sorridendo ad ogni "inghippo caratteriale" messo in piazza dall'altro.

E' camminare insieme stretti mano nella mano per una strada tortuosa ma allo stesso tempo intrigante e coinvolgente.

E' guardarsi negli occhi e avere la certezza di "sentire" che ciò che sta passando è qualcosa di diverso di un semplice sguardo.

E' condividere una passione per un lavoro che è scuola di vita e contemporaneamente modalità esistenziale.

E' condividere un progetto di lavoro avendo la possibilità di costruirlo insieme in ogni attimo.

E' tornare a casa dopo un giorno di lavoro e trovare un porto sicuro al quale ormeggiare.

E' accoccolarsi vicendevolmente per sentire il calore necessario per ripartire.

E' potersi raccontare all'atro senza paura alcuna di essere giudicati.

E' scambio di esperienze che arricchisce e che unisce.

tutto questo è vivere insieme da terapeuti!

Chiara

martedì 10 gennaio 2012

come salvarsi dall'idiozia



Poche idee svicolanti per lavorare con passione.


Per chi ha la fortuna di lavorare, oggi, si aprono scenari molto stringenti che mettono a dura prova l’etica personale. Mi riferisco ad esempio a tutte le norme sulla privacy che rendono stupido il nostro lavoro. Credo che uno degli aspetti più pericolosi, in questa dinamica, sia la sottovalutazione degli effetti che possono generarsi dal lavorare con normative idiote. Faccio un esempio per brevità: il mio responsabile mi impone di non far sedere accanto a me, mentre consultiamo internet alla ricerca di un lavoro, un utente del centro di accoglienza presso il quale opero. Sostiene che così facendo viene violata la privacy e la sicurezza dei dati personali; una chimera, questa, dietro la quale tutti corriamo, e per la quale è stata fatta una normativa paranoica che a niente è servita (in Italia c’erano all’epoca ben altre urgenze) e mai servirà (vedi casi di sottrazione di dati personali da parte di organizzazioni di hacker sui siti della Sony ecc.), se non a rendere più incapaci gli amministrativi e rincretinirli sempre più (forse al fine, in ultima istanza, di renderli automi incapaci di pensare, Matrix docet).
Io operatore, nella mia etica professionale, mi trovo quindi stretto fra due cardini: da una parte devo rispettare la normativa perché ho firmato un’assunzione di responsabilità dove garantivo che avrei vigilato sui dati personali, dall’altra devo offrire un servizio agli utenti (ma preferisco chiamarle persone del centro) che abbia particolari caratteristiche, tra le quali l’attivazione di quelle risorse di empowerment proprie della persona. In questo modo posso, nel mio piccolo, contribuire all’integrazione della persona immigrata nella nostra società, e sperare così che un domani non partecipi a qualche attentato. Oltre che a pagare la pensione a mio padre! Se proprio vogliamo rimanere solo sul piano socio-economico.
Che fare dunque?
Mi appello alla mia etica e decido di sbattermene delle normative, per una ragione ben precisa. La mia sopravvivenza. Avete mai visto un dipendente di qualsiasi amministrazione pubblica? Lui è il classico esempio di persona distrutta dalle normative. Quando le persone devono rispettare regole e passano la maggior parte del loro tempo lavorativo a farle rispettare, smettono di agire e cominciano a fare, semplicemente fare il loro lavoro. Galimberti, riprendendo Gunter Anders, sostiene che questa deriva è cominciata nella nostra società dopo la seconda guerra mondiale. È stato con l’avvento del nazismo, riferisce Anders, che è arrivato sulla scena un nuovo elemento capace di cambiare la storia e la vita delle persone. Quando i comandanti dei campi di concentramento riuscivano ad uccidere migliaia di persone al giorno, compivano un crimine efferato sia per il fatto emotivo in se e per sé, ma anche perché stavano cominciando a dimostrare che è possibile alienare un lavoratore dagli obiettivi ultimi della sua mission, semplicemente facendogli passare per normale il rispetto delle regole. Idem il pilota dell’Enola Gay: mi danno un ordine, lo eseguo. Che poi provochi milioni di morti non rientra nella mia etica professionale.
Fortunatamente oggi nei nostri lavori non corriamo questi rischi. Ma quello che rischiamo è di diventare un massa di idioti. Processo già cominciato alla fine del secolo scorso con l’avvento della televisione come arma di distrAzione di massa.
L’etica di un professionista deve comprendere l’agire, non il fare. Perché se ti vuoi salvare hai solo un’opportunità: lavorare per passione. E quando lavori con passione tutto ciò che fai è un’esperienza: come tutte le esperienza umane è finita. Perciò va percorsa sempre al massimo della passione, perché tanto prima o poi finisce. Non ci sono lavori che durano indeterminatamente, per la buona pace di tutti noi precari. So che è difficile da digerire per un precario della scuola che sta aspettando da decenni un contratto indeterminato, ma è altresì vero che il suo abbrutimento nasce nel momento in cui il suo lavoro esclude la passione, perché prima di insegnare con motivazione la sua materia deve adempiere ad una serie impressionante di pratiche burocratiche che appunto hanno il compito di incattivirlo. Lui allora non ha chances, può solo sperare per contro dipendenza in un tempo indeterminato. Così almeno sa che per tutta la vita dovrà compilare molte scartoffie, e s’illude di salvarsi con un stipendio fisso tutti i mesi. In realtà il sistema lo ha già bruciato, perché con quello stipendio, mediamente, consumerà cibo o comunque beni di consumo. E così facendo ecco chiuso il cerchio del consumismo: produciamo lavoratori per fargli spendere i soldi che vanno ad incrementare il giro di speculazioni mondiali, su cui un piccolo manipolo di Luciferi mette le mani. Lo voglio sottolineare: produciamo lavoratori per consumargli lo stipendio.

Allora nella mia etica cerco di non farmi mangiare dal sistema, per quel che posso, e scelgo di non seguire la normativa perché rispettarla significa tirarsi fuori dalla responsabilità. Non so per quali fini è stata fatta la normativa, o se li conosco non mi va tanto di pensarci su e stabilire se mi piacciono o meno, e quindi la eseguo e festa finita. Porto a casa il mio stipendio, così che possa fare la spesa, crescere i miei bambini, mandarli a scuola e metterli in grado di costruirsi una famiglia, cosicché anche loro possano partecipare al grande giro di giostra luciferina.
Nell’età della tecnica, come dice Adriano Zamperini, la parola lavoro che per natura dovrebbe essere pregna di connotazioni positive, diventa molto insidiosa perché limita la responsabilità alla buona esecuzione degli ordini, quindi una responsabilità nei confronti del superiore, senza alcuna considerazione in ordine agli effetti della propria azione.
Scelgo quindi di disubbidire al mansionario perché si anche vive di responsabilità, come madre Gestalt ci insegna. E mentre lavoro so che i miei bisogni sono illimitati, le mie risorse limitate ed oltre a questo ho l’assillo del tempo (Anna Ravenna), che è l’unico bene umano che non torna mai indietro. In questo senso manca un moderno Prometeo che riesca a dilatare lo spazio tempo e regalare agli uomini uno strumento di vera utilità.
Nella mia etica c’è il non rispetto delle norme avvilenti e c’è la matematica di Godel, a cui Kandinsky sussurrava nell’orecchio che i numeri sono la musica dell’universo. E non fraintendetemi, non sto dicendo che Godel abbia voluto dire che siccome la matematica è indimostrabile (al suo interno cioè ci sono preposizioni, ad esempio di logica formale, che non sono dimostrabilmente né vere né false) allora anche la realtà di tutti i giorni lo è. Sto dicendo che è COME SE fosse così, che l’illuminazione di Godel mi ha fatto accendere una lampadina. Va presa come una metafora che ha un buon sapore. E dietro quella andare, e nutrirsi di questa metafora. E agganciarla alle curve di distribuzione statistica a noi note, cioè la Gaussiane. So che i gas tendono a distribuirsi in un certo modo nello spazio, o che le estrazioni di palline bianche e nere seguono un andamento gaussiano: dovrei quindi anche sapere che una metafora del genere può illuminare il cammino della mia responsabilità in riferimento alla normativa sulla sicurezza. Così potrei facilmente comprendere che su 365 giorni dell’anno, diciamo un buon 80% di essi trascorre nel rispetto della normativa, mentre il restante 20%, ovvero gli estremi della curva, hanno un andamento diverso e ci saranno degli intoppi. Pensare che tutto debba essere sotto controllo, nel posto di lavoro, è un delirio narcisistico.
Se allora voglia evitare di essere Dio (e peraltro già Dante ci aveva avvertiti che è Lui a nostra immagine, non noi a sua[1]) allora è inutile che faccia attendere un utente oltre la linea gialla perché così mi rispetta la regola e controllo che non la infranga. È più avvincente cercare di lavorare con lui nel qui e ora delle sue esigenze e delle mie. Lavorare sotto il segno dell’ananke, la necessità che secondo i Greci permeava la Natura. Questa è la passione che alimenta la mia etica.
E devo dire che fino ad oggi ho sempre trovato delle grandi soddisfazioni. Se sostenessi che lavoro solo per queste e che potrei fare a meno dello stipendio sarei un manicheo. E invece sono ben cosciente che senza soldi starei male, ECCOME.
Voglio avere però la voglia di testimoniare che la sensazione e l’emozione che mi da’ vedere una persona cinquantenne della Guinea, che non ha mai preso in mano una penna per scrivere e fare esercizi prima di oggi, e che si cimenta con mille sforzi dentro la grammatica italiana, beh questa sensazione lo stipendio non me l’ha mai data.

È una questione di lotta. Come un sol uomo, come un sol uomo.


[1] Quella circulazion che si concetta, pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige: per che 'l mio viso in lei tutto era messo.