sabato 14 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (parte seconda)


Passare attraverso è quello che i treni sanno fare meglio. Te lo fanno con una poesia che, ammettiamolo, non riesce a nessun altro. Mentre tu dormi ci sono le stelle che illuminano la notte tra Ljubljiana e Zagabria. Mentre tu dormi c’è una natura, quella slovena per esempio, che ti prende in cura e ti sorveglia. Tu ci passi attraverso, con la notte silenziosa, mentre alberi colline e montagne stanno sull’attenti. In rigoroso rispetto per chi passa attraverso, per chi prova ad unire due mondi. Due polarità. Una figura e uno sfondo, forse ancora troppo cronicizzati.

Fa freddo, me l’aveva detto, gilet, che avrei dovuto chiudere il finestrino a Villa Opicina, che sarebbe entrato il freddo e che l’avrebbe avuta vinta sulla manutenzione della vettura, che non ha più senso fare perché costa troppo, e già è un lusso spedirla a 800 km di distanza con in più un piccolo uomo sopra. Allora sto fermo fermo sotto le due coperte di lana, anche quelle di vero odor socialista, capendo che i grandi alberi di là fuori, assieme a tutta la natura sull’attenti, sono lì per ricordarti che gli basterebbe poco per invocare ancora più freddo. Fermo lì sotto sento come scivoliamo via per la Slovenia. Mi lascio abbracciare dall’incontro di rotaia e ruota, di rotaia ruota e scambi, da quello sferragliare che in tutta la vita è sempre stato rassicurante. Per me. È sempre stato il suono del movimento eterno. Di qualcosa che genera e che vive.

Il risveglio è infreddolito, in un posto imprecisato in mezzo alla pianura. Il treno sosta, e lento lento mi tolgo le due coperte socialiste, mi affaccio sul corridoio, vado verso l’altro capo della cuccetta e vedo che siamo in Croatia. Il locomotore infatti parla chiaro: una 1043 delle HZ (Hrvatzska Zeleznica). Insieme a me, infreddolito come me c’è il ragazzo che è salito a Mestre con diverse valigie. Decido di farmi una passeggiatina per il treno. Sono le 09.30, e arriveremo non prima di mezzogiorno e mezzo. Noi siamo la prima vettura, poi seguono le seconde classi tutte croate, compreso il vagone ristorante. In ogni finestrino delle porte di accesso delle vettura c’è di nuovo il nome di Tezsla, ma stavolta indica l’espresso da Zagabria a Belgrado, di cui noi, in quanto cuccetto Venezia-Belgrado siamo un appendice. Tezsla quindi viene tenuto dentro questo lembo di terra slava, e riesce a superare quei confini culturali di un conflitto serbo-croato che dura da anni, perlomeno dal novanta. È pur sempre un vanto degli slavi. Ma fuori di qui nessuno riesce a saperne molto. Sfido chiunque a conoscere la sua storia. Intanto fuori passano uno dietro l’altro i paesini croati, che ricordano da vicino quelli austriaci o tedeschi. Le case sono molto ordinate, tutte con il tetto spiovente per far scendere la neve, ognuna con il suo orto sul retro. C’è vita attorno a questi paesaggi. C’è voglia di ripartire e sembra che ci siano anche le possibilità per farlo. Molti salgono sul treno ad ogni fermata, segno evidente che è ancora il mezzo di locomozione preferito, e quando le cose stanno così significa che c’è ancora “povertà”. Già perché di qua dall’Adriatico, ma in generale in Occidente, si pensa che spostarsi con i mezzi per il popolo sia segno di povertà. È senz’altro un vivere diverso, con dei ritmi più naturali: la mattina si aspetta il treno da Zagabria, se voglio arrivare a Vinkovci. Ne passa solo uno presto, gli altri molto dopo, e potrei fare tardi e allora tutti insieme sul marciapiede o nelle sale d’attesa dove c’è l’odore della gente che aspetta e che si carica sulle spalle la fatica della giornata. Si sale sul treno e ci si sposta senza quell’automobile che altro non è che una pedina fondamentale del gioco “ti ripulisco il portafoglio facendoti credere di essere libero di far quel che vuoi e come vuoi”. E allora capita di incontrare gli sguardi della gente, degli altri passeggeri: anche loro sono stanchi, anche loro sognano qualche piccola amenità, un nuovo televisore, un nuovo computer, una nuova lavatrice moderna, e ti rendi conto che anche qui il capitalismo ha già messo radici. E capisci che si, sono sul treno e mi sposto pazientemente ai ritmi delle ferrovie croate, ma è solo una tappa di avvicinamento. A breve, come ho acquistato il cellulare, acquisterò anche il condizionatore, perché d’estate fa caldo e quello che era sopportabile dai miei nonni non lo diventa più per me e quindi devo mettermi l’aria condizionata. Non posso fermarmi: il capitalismo è anche una grande illusione, un grande gioco delle tre carte dove vuoi credere che non ti puoi fermare. Il consumismo, che è il suo braccio armato, è il superamento dei limiti fisici per cui devi sempre avere di più e non puoi mai tornare indietro: sonora batosta, perché chiunque ha esperienza della fatica che ti chiede un po’ di riposo, del pianto che richiede consolazione, della gioia che richiede malinconia. Nel corpo non c’è un proseguire la crescita ad infinitum: ad un certo punto ci si ferma e si ridiscende la curva.

Così ridiscendo lungo il treno, lungo i vagoni, e vedo persone silenziose. È quel silenzio che riconosco bene: in Germania, Austria e Svizzera sa di efficienza, le persone stanno civilmente sedute in treno pensando a trovare soluzioni più efficienti per il loro lavoro e per guadagnare onestamente; in Italia, quando c’è e le rare volte che c’è perché i cellulari non prendono, sa di stanchezza, per una situazione sporca, faticosa, disagevole e tutto il resto; in Inghilterra sa di Queen Elizabeth, ma nel mentre si pensa all’appuntamento al pub con gli amici per la birra delle cinque o alla partita del Manchester o del Liverpool; In Croazia, Serbia, Ungheria, Polonia sa di umiltà, sa di gente che è consapevole di essere “indietro” rispetto ai cugini capitalisti, e si vuole dare da fare per salire sulla potente (?) locomotiva consumistica. È comunque umiltà, ed è bello ancora respirarla sul Nikola Tezsla da Zagabria a Belgrado.

Decido di rimanere ancora un po’ al freddo della cuccetta, giusto fino al confine serbo-croato. Il paesaggio che scorre davanti è semplice, lineare, ma suggestivo. Una sconfinata pianura, che mi accompagna da quando mi sono svegliato stamattina e non mi lascerà fino a Bucarest: siamo nel cuore dei Balcani e la Sava prima, ed il Danubio poi hanno scavato un letto pianeggiante. Fa veramente impressione vedere lo stesso paesaggio per ore e ore. Le case sono ben pulite, gli intonaci ben fatti, c’è tutto intorno alla Croazia un gran da farsi. È come se fosse una gran bella vetrina. Solo la gente sa ancora di comunismo, e solo la generazione degli over quarantenni. I giovani non più. I giovani sono come le stazioni da Vinkovci fino al confine croato: tutte nuove, tutte a norma, tutte rinnovate con i fondi UE e con lo spirito di revanscismo nei confronti dei cugini serbi, che pochi chilometri più in là lottano con un po’ più di crisi.

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