Passare attraverso è quello che i
treni sanno fare meglio. Te lo fanno con una poesia che, ammettiamolo, non
riesce a nessun altro. Mentre tu dormi ci sono le stelle che illuminano la
notte tra Ljubljiana e Zagabria. Mentre tu dormi c’è una natura, quella slovena
per esempio, che ti prende in cura e ti sorveglia. Tu ci passi attraverso, con
la notte silenziosa, mentre alberi colline e montagne stanno sull’attenti. In
rigoroso rispetto per chi passa attraverso, per chi prova ad unire due mondi.
Due polarità. Una figura e uno sfondo, forse ancora troppo cronicizzati.
Fa freddo, me l’aveva detto,
gilet, che avrei dovuto chiudere il finestrino a Villa Opicina, che sarebbe
entrato il freddo e che l’avrebbe avuta vinta sulla manutenzione della vettura,
che non ha più senso fare perché costa troppo, e già è un lusso spedirla a 800
km di distanza con in più un piccolo uomo sopra. Allora sto fermo fermo sotto
le due coperte di lana, anche quelle di vero odor socialista, capendo che i
grandi alberi di là fuori, assieme a tutta la natura sull’attenti, sono lì per
ricordarti che gli basterebbe poco per invocare ancora più freddo. Fermo lì
sotto sento come scivoliamo via per la Slovenia. Mi lascio abbracciare
dall’incontro di rotaia e ruota, di rotaia ruota e scambi, da quello
sferragliare che in tutta la vita è sempre stato rassicurante. Per me. È sempre
stato il suono del movimento eterno. Di qualcosa che genera e che vive.

Il risveglio è infreddolito, in
un posto imprecisato in mezzo alla pianura. Il treno sosta, e lento lento mi
tolgo le due coperte socialiste, mi affaccio sul corridoio, vado verso l’altro
capo della cuccetta e vedo che siamo in Croatia. Il locomotore infatti parla
chiaro: una 1043 delle HZ (Hrvatzska Zeleznica). Insieme a me, infreddolito
come me c’è il ragazzo che è salito a Mestre con diverse valigie. Decido di
farmi una passeggiatina per il treno. Sono le 09.30, e arriveremo non prima di
mezzogiorno e mezzo. Noi siamo la prima vettura, poi seguono le seconde classi
tutte croate, compreso il vagone ristorante. In ogni finestrino delle porte di
accesso delle vettura c’è di nuovo il nome di Tezsla, ma stavolta indica
l’espresso da Zagabria a Belgrado, di cui noi, in quanto cuccetto
Venezia-Belgrado siamo un appendice. Tezsla quindi viene tenuto dentro questo
lembo di terra slava, e riesce a superare quei confini culturali di un
conflitto serbo-croato che dura da anni, perlomeno dal novanta. È pur sempre un
vanto degli slavi. Ma fuori di qui nessuno riesce a saperne molto. Sfido
chiunque a conoscere la sua storia. Intanto fuori passano uno dietro l’altro i
paesini croati, che ricordano da vicino quelli austriaci o tedeschi. Le case
sono molto ordinate, tutte con il tetto spiovente per far scendere la neve,
ognuna con il suo orto sul retro. C’è vita attorno a questi paesaggi. C’è
voglia di ripartire e sembra che ci siano anche le possibilità per farlo. Molti
salgono sul treno ad ogni fermata, segno evidente che è ancora il mezzo di
locomozione preferito, e quando le cose stanno così significa che c’è ancora
“povertà”. Già perché di qua dall’Adriatico, ma in generale in Occidente, si
pensa che spostarsi con i mezzi per il popolo sia segno di povertà. È
senz’altro un vivere diverso, con dei ritmi più naturali: la mattina si aspetta
il treno da Zagabria, se voglio arrivare a Vinkovci. Ne passa solo uno presto,
gli altri molto dopo, e potrei fare tardi e allora tutti insieme sul
marciapiede o nelle sale d’attesa dove c’è l’odore della gente che aspetta e
che si carica sulle spalle la fatica della giornata. Si sale sul treno e ci si
sposta senza quell’automobile che altro non è che una pedina fondamentale del
gioco “ti ripulisco il portafoglio facendoti credere di essere libero di far
quel che vuoi e come vuoi”. E allora capita di incontrare gli sguardi della gente,
degli altri passeggeri: anche loro sono stanchi, anche loro sognano qualche
piccola amenità, un nuovo televisore, un nuovo computer, una nuova lavatrice
moderna, e ti rendi conto che anche qui il capitalismo ha già messo radici. E
capisci che si, sono sul treno e mi sposto pazientemente ai ritmi delle
ferrovie croate, ma è solo una tappa di avvicinamento. A breve, come ho
acquistato il cellulare, acquisterò anche il condizionatore, perché d’estate fa
caldo e quello che era sopportabile dai miei nonni non lo diventa più per me e
quindi devo mettermi l’aria condizionata. Non posso fermarmi: il capitalismo è
anche una grande illusione, un grande gioco delle tre carte dove vuoi credere
che non ti puoi fermare. Il consumismo, che è il suo braccio armato, è il superamento
dei limiti fisici per cui devi sempre avere di più e non puoi mai tornare
indietro: sonora batosta, perché chiunque ha esperienza della fatica che ti
chiede un po’ di riposo, del pianto che richiede consolazione, della gioia che
richiede malinconia. Nel corpo non c’è un proseguire la crescita ad infinitum:
ad un certo punto ci si ferma e si ridiscende la curva.
Così ridiscendo lungo il treno,
lungo i vagoni, e vedo persone silenziose. È quel silenzio che riconosco bene:
in Germania, Austria e Svizzera sa di efficienza, le persone stanno civilmente
sedute in treno pensando a trovare soluzioni più efficienti per il loro lavoro
e per guadagnare onestamente; in Italia, quando c’è e le rare volte che c’è
perché i cellulari non prendono, sa di stanchezza, per una situazione sporca,
faticosa, disagevole e tutto il resto; in Inghilterra sa di Queen Elizabeth, ma
nel mentre si pensa all’appuntamento al pub con gli amici per la birra delle
cinque o alla partita del Manchester o del Liverpool; In Croazia, Serbia,
Ungheria, Polonia sa di umiltà, sa di gente che è consapevole di essere
“indietro” rispetto ai cugini capitalisti, e si vuole dare da fare per salire
sulla potente (?) locomotiva consumistica. È comunque umiltà, ed è bello ancora
respirarla sul Nikola Tezsla da Zagabria a Belgrado.
Decido di rimanere ancora un po’
al freddo della cuccetta, giusto fino al confine serbo-croato. Il paesaggio che
scorre davanti è semplice, lineare, ma suggestivo. Una sconfinata pianura, che
mi accompagna da quando mi sono svegliato stamattina e non mi lascerà fino a
Bucarest: siamo nel cuore dei Balcani e la Sava prima, ed il Danubio poi hanno
scavato un letto pianeggiante. Fa veramente impressione vedere lo stesso
paesaggio per ore e ore. Le case sono ben pulite, gli intonaci ben fatti, c’è
tutto intorno alla Croazia un gran da farsi. È come se fosse una gran bella
vetrina. Solo la gente sa ancora di comunismo, e solo la generazione degli over
quarantenni. I giovani non più. I giovani sono come le stazioni da Vinkovci fino
al confine croato: tutte nuove, tutte a norma, tutte rinnovate con i fondi UE e
con lo spirito di revanscismo nei confronti dei cugini serbi, che pochi
chilometri più in là lottano con un po’ più di crisi.
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