Ebbene si, rieccomi qui a buttar giù un po’ di quelle
emozioni che continuano instancabilmente ad essere parte di me. È una domenica
particolarmente silenziosa qui a Roma. Intorno a me è neve che ai primi raggi
di sole inizia a sciogliersi. Da un po’ di giorni, causa obbligo catene a
bordo, viaggio in metropolitana. Ed è un
odore forte e acre di ferro, tipico dello sfregare delle ruote dei vagoni sulle
rotaie. Nonostante il freddo, la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici,
le carrozze sono popolate da decine e decine di donne, uomini e bambini.
E all’improvviso, alla fermata Garbatella, nella mia
carrozza sale una ragazzina nomade, avrà al massimo 13 anni, va in giro sola
elemosinando qualche spicciolo per se e per i suoi fratellini che sono, a suo
dire, al freddo e senza cibo. È strano ma non mi impietosisce affatto, sorrido
perché ho la certezza che il suo lamento non rappresenta affatto al realtà che
sono abituata a toccare con mano quotidianamente. Il nostro per fortuna è un
paese in cui ad oggi nessuno muore di fame o di freddo. La rete sociale
costituita da associazioni no-profit e dalle istituzioni brulica in ogni angolo
della città, in particolar modo con l’emergenza neve e freddo. E continuo a
chiedermi come possa essere possibile che una ragazzina lamenti qualcosa di
irreale? Cos’è che nella sua vita non è abbastanza? Cos’è che le manca davvero?
Con la mente comincio ad immaginare e a fantasticare sulla sua cultura di
origine, su quanto sia diverso il suo costume dal mio, su quanto lei possa
desiderare di appartenere al nostro mondo e su quanto io invece possa
desiderare di appartenere al suo.
Qualche giorno fa ho scoperto che una ormai mia ex collega
di lavoro ha avuto il coraggio smisurato di mollare tutto (e con tutto intendo
proprio tutto: famiglia, lavoro a tempo indeterminato, casa, macchina, ecc…)
per realizzare il suo sogno: andare in Australia.
Armandosi unicamente di un permesso di soggiorno per un
anno, sacco a pelo, tenda e tavola da surf sta attraversando parte della costa
dell’Australia. Ogni 50 km trova una
cittadina dove, lavorando come consulente/psicologa presso abitazioni private
di gente che sembra mirare prevalentemente al miglioramento del benessere
emotivo della propria famiglia, riesce a raccogliere il necessario per “tirare
avanti” i successivi 50 km, percorsi a piedi sulla spiaggia, alternati a
momenti di tutt’uno con l’oceano. Ebbene si, questi si che sono veri sogni,
questo si che è coraggio, questo si che è volersi emozionare!
Anche questo potrebbe essere chiamato “essere coraggiosi”,
come quella ragazzina descritta poc’anzi.
Ma infondo ad ognuno di noi c’è un’essenza nomade, una
voglia di evadere, di sentirsi cittadini del mondo per poterlo attraversare
interamente. La verità è solo una: ci vuole coraggio. Tanto coraggio a mollare
le centinaia di stereotipi ai quali siamo legati da sempre.
Chi lo ha deciso che quest’uomo che passa le sue giornate
per strada o nei vagoni delle metropolitane a suonare con il suo sax per
guadagnarsi da vivere divertendosi stia peggio di me? Ed ecco dov’è il segreto:
fare un lavoro che ci diverta! Certo, non sempre è possibile, ma di sicuro non
è qualcosa di impossibile.
Ci vuole coraggio anche a volersi divertire.
Chiara
