sabato 3 marzo 2012

il problema del narcisismo


Ne hanno parlato in tanti. È una brutta bestia. Stringi stringi è un po’ la causa di tutti i mali relazionali. Un camaleonte. Quando ti sbatti la testa con qualcuno sembra che tu lo faccia per difendere il territorio, per avere una sterile ragione, per ottenere obbedienza. In realtà è lui che si sta allenando a tua insaputa.

Uno dei suoi esercizi, tra gli psicologi soprattutto, è farti credere che il tuo clan è il migliore.

Mi capita quindi spesso di essere circondato da colleghi che si fanno in quattro per risolvere i problemi dei loro pazienti o per salvare i loro utenti, pensando che se le cose non andranno nel modo voluto (da loro) sarà una catastrofe. Pensiero nobilissimo, ma è solo la punta di un iceberg che sotto è di tutt’altra pasta. Senz’altro non genuinamente altruistica.
C’è chi crede che la sociologia sia migliore della psicologia, il cristianesimo dell’Islam, gli africani degli arabi e via dicendo.

Io stesso ho corso 42 km per essere, all’apparenza, più originale degli altri. Non sono stato capace di liberarmene. E chissà quante altre volte. Quasi sempre diciamo. Perché è come la velocità della luce. Oggi più che mai, dopo la scoperta dell’errore di strumentazione sugli esperimenti dei neutrini, ci possiamo rendere conto che alcune costanti sono insuperabili. Le colonne d’Ercole della nostra personalità sono proprio queste, le aspirazioni narcisistiche.

Qualcuno ha provato a ingabbiarle. La Chiesa, mascherando la rassegnazione da virtù (B.Russel), ha messo in atto forse il più serio tentativo. È fallito perché non serviva a quello, non era il vero scopo; il vero scopo era rendere schiave le persone, impaurendole e promettendo il Paradiso a chi fosse stato un uomo pio, pronto a chinare la testa. Un’operazione commerciale, né più né meno. Se avesse provato ad elevare la spiritualità rimanendo su un piano individuale, e cioè lasciando all’etica di ognuno il sommo responso, avrebbe ottenuto più risultati. Forse, chissà.

Ad oggi le uniche persone che conosco essersi affrancate dal narcisismo sono quelle che hanno condotto un cammino personale di ascesa. Penso a Tiziano Terzani, a Don Milani, a Leonard Bundu. Ognuno conosce i suoi. Per noi povera gente, resta valido il memento mori dei latini. Che ovviamente non ha fatto accoliti: penso a tanta gente che compare in televisione, o nella mia vita, che si dimentica di continuo che dovrà morire un giorno. Di qualcuno spero che accada presto, in particolare se compare in televisione spacciandosi per giornalista. Di altri pazienza…

sabato 18 febbraio 2012

Continuar viaggiando


Ebbene si, rieccomi qui a buttar giù un po’ di quelle emozioni che continuano instancabilmente ad essere parte di me. È una domenica particolarmente silenziosa qui a Roma. Intorno a me è neve che ai primi raggi di sole inizia a sciogliersi. Da un po’ di giorni, causa obbligo catene a bordo, viaggio in metropolitana.  Ed è un odore forte e acre di ferro, tipico dello sfregare delle ruote dei vagoni sulle rotaie. Nonostante il freddo, la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici, le carrozze sono popolate da decine e decine di donne, uomini e bambini.

E all’improvviso, alla fermata Garbatella, nella mia carrozza sale una ragazzina nomade, avrà al massimo 13 anni, va in giro sola elemosinando qualche spicciolo per se e per i suoi fratellini che sono, a suo dire, al freddo e senza cibo. È strano ma non mi impietosisce affatto, sorrido perché ho la certezza che il suo lamento non rappresenta affatto al realtà che sono abituata a toccare con mano quotidianamente. Il nostro per fortuna è un paese in cui ad oggi nessuno muore di fame o di freddo. La rete sociale costituita da associazioni no-profit e dalle istituzioni brulica in ogni angolo della città, in particolar modo con l’emergenza neve e freddo. E continuo a chiedermi come possa essere possibile che una ragazzina lamenti qualcosa di irreale? Cos’è che nella sua vita non è abbastanza? Cos’è che le manca davvero? Con la mente comincio ad immaginare e a fantasticare sulla sua cultura di origine, su quanto sia diverso il suo costume dal mio, su quanto lei possa desiderare di appartenere al nostro mondo e su quanto io invece possa desiderare di appartenere al suo.

Qualche giorno fa ho scoperto che una ormai mia ex collega di lavoro ha avuto il coraggio smisurato di mollare tutto (e con tutto intendo proprio tutto: famiglia, lavoro a tempo indeterminato, casa, macchina, ecc…) per realizzare il suo sogno: andare in Australia.
Armandosi unicamente di un permesso di soggiorno per un anno, sacco a pelo, tenda e tavola da surf sta attraversando parte della costa dell’Australia.  Ogni 50 km trova una cittadina dove, lavorando come consulente/psicologa presso abitazioni private di gente che sembra mirare prevalentemente al miglioramento del benessere emotivo della propria famiglia, riesce a raccogliere il necessario per “tirare avanti” i successivi 50 km, percorsi a piedi sulla spiaggia, alternati a momenti di tutt’uno con l’oceano. Ebbene si, questi si che sono veri sogni, questo si che è coraggio, questo si che è volersi emozionare!

Anche questo potrebbe essere chiamato “essere coraggiosi”, come quella ragazzina descritta poc’anzi.

Ma infondo ad ognuno di noi c’è un’essenza nomade, una voglia di evadere, di sentirsi cittadini del mondo per poterlo attraversare interamente. La verità è solo una: ci vuole coraggio. Tanto coraggio a mollare le centinaia di stereotipi ai quali siamo legati da sempre.
Chi lo ha deciso che quest’uomo che passa le sue giornate per strada o nei vagoni delle metropolitane a suonare con il suo sax per guadagnarsi da vivere divertendosi stia peggio di me? Ed ecco dov’è il segreto: fare un lavoro che ci diverta! Certo, non sempre è possibile, ma di sicuro non è qualcosa di impossibile. 

Ci vuole coraggio anche a volersi divertire.
Chiara

mercoledì 1 febbraio 2012

Il genio Novak Djokovic e il linguaggio metaforico


Entrando dentro il personaggio Novak Djokovic percepisco bene tutta la portata della sua genialità e dell’importanza di divertirsi. Come si dice a Firenze, innanzitutto non è uno ripreso dalla piena. Ha fatto il mazzo a tutti i suoi avversari. È la bestia nera di Nadal, fino all’altro giorno acclamato come il miglior tennista del mondo. Djokovic è superiore agli altri perché si diverte. Lo diceva sempre Paolo Quattrini, che tutti son boni a fare gli psicologi, ma solo pochi lo sanno fare divertendosi. È una metafora per la vita. Perché tutti son boni a (soprav)vivere, ma solo pochi riescono a divertirsi, ed arrivare sulla soglia del grande passaggio con il sorriso sulle labbra. Con leggerezza.

Nella fattispecie un episodio di un incontro di Djokovic permette di vedere con una limpidità cristallina, cosa significa divertirsi ed essere geniali. Qui si percepisce benissimo, meglio che su tutti i manuali, cosa significhi l’uso della metafora. Capra diceva che non si può capire con il linguaggio normale la fisica quantistica. È un processo analogo, ed è la base dell’esperienza in Gestalt. L’esperienza che acquisisco guardando questo video è molto più ampia di quella che ho se stessi leggendo sul dizionario la definizione di genialità. Perché sono coinvolti contemporaneamente più livelli sensoriali: si va dalla vista all’attivazione neuromotoria dei neuroni a specchio.

Consiglio ai prof: accompagnate la parte teorica dei vostri manuali a questo video. C’è l’essenza stessa della metafora. Nel concreto di colui che schiaccia le difese mentali altrui. Girandosi di spalle, mettendosi la racchetta tra le gambe e perdendo così il punto, ha vinto ben altro. Le resistenze di Federer. Quelle mentali. In un solo gesto passano innumerevoli messaggi: ti lascio fare il punto perché se non mi giro e ti lascio campo aperto non lo farai mai; mi sto divertendo mentre tu stai faticando; riesco a leggere la partita su più piani cognitivi; riesco a gestire questi piani amministrandoli come voglio, perciò adesso ti calo la mannaia e ti metto in ginocchio. Si può andare avanti per molto ancora. 

Questa è la meravigliosa complessità dell’uomo, del suo sistema cerebrale (sperando di non offendere i romantici se scendo su un piano di evitamento emotivo), della sua evoluzione lungo la vita. Come si fa a non appassionarsi a questa meraviglia, e a non sorridere di quelli che in tutti i modi cercano la sua estinzione distruggendo il pianeta. Sorridiamo davanti a quello 0,15% della popolazione mondiale, ben descritto da Luciano Gallino, che sta facendo pagare il costo del capitalismo selvaggio e distruttivo al restante 99,85% tra cui ci sei tu stesso che leggi. Perché se tu fossi nello 0,15% non passeggeresti qui sul blog, tutto preso come saresti a fare soldi su soldi, in un ciclo ossessivo e continuo 24 ore al giorno. Sorridiamo di loro perché siamo sicuri che sulla Grande Soglia saranno pieni di un bel marrone intenso, dalla testa ai piedi, ben più di chi vive negli slums di Rio de Janeiro, quando analogamente toccherà a lui.  

Pensate alla potenza delle metafore. Successe nel 61 con Gagarin sullo spazio. Gli Stati Uniti mangiarono polvere per otto anni, fino a quando nel 69 non andarono (?) sulla Luna.  Poi nel 68 toccò a Tommy Smith e John Carlos, Olimpiadi di Città del Messico, con il loro guanto nero alzato contro il razzismo a stelle e strisce. Il mahatma Ghandi piegò un impero, che le aveva date di santa ragione a Napoleone, con la non violenza, per cui i soldati della Regina si trovarono di fronte una forza che nessuna arma poteva piegare. Terzani portò a casa la pelle quando al confine con l’Indocina un soldato khmer gli puntò il fucilo sul petto, e lui si mise a ridere.

So let’s start having fun. 

venerdì 27 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (parte terza)


Finalmente arrivo al confine serbo. Una delle immagini più nitide di questo viaggio. Mentre il treno rallenta, sulla strada polverosa una vecchia donna sale sulla sua bicicletta e comincia a pedalare. Vista dal finestrino è qualcosa di più: non sale solo lei in canna, ma tutta la sua vita. Che sta sulle spalle ricurve dallo sforzo degli anni, forse passati a zappare e zollare e rassodare la terra. È una visione privilegiata. Altro che cinema, altro che teatro. È la vita com’è. Una pedalata in bici con la fatica delle cose da fare ma anche i progetti ma anche le soddisfazioni ma anche i dolori. Ce n’erano diversi sulle sue rughe. Le vedevo una a una. Ogni ruga un dolore, una fatica per questa esistenza passata a schiacciare pesi, a tritarli, a metabolizzarli. A superarli. È come American Beauty: vedi la bellezza in una pedalata arrancante, vedi la vita che sale in bici e parte per una destinazione che è sempre la solita, magari, ma è sempre lì. Sai che se andrai lì ci puoi ancora stare in questo mondo. Pedali per poter continuare a pedalare. Niente di più. Ma scusate se è poco. A volte ci sembra scontato tutto, diamo, do per scontato che arriverò a lavorare, che riscuoterò lo stipendio, che il mio lavoro ci sarà sempre, che rivedrò mio padre e che quindi non ha senso che lo abbracci alla stazione metro a Roma e dirgli che mi manca tantissimo, perché tanto lo rivedrò. In realtà la bici si può anche rompere, bucare, andare fuori asse, arrugginire. Ma mi illudo che potrò ancora pedalarla perché ho visto com’è bello pedalare per il gusto di pedalare, vivere per il gusto di vivere, fare qualcosa per il gusto di farlo. Senza grandi progetti: solo per poterlo rifare. Proprio come la vecchia signora del confine.

Entriamo in Serbia, con stanchezza. Sono le ultime ore di un viaggio che il Tesla ha cominciato ieri sera, ed il fiato si affievolisce sempre più. Stanco come la trazione jugoslava: una 441 costruita in Romania e ammodernata dalla Rade Koncar di Zagabria quando ancora i cugini si parlavano. Dal confine fino a Belgrado non superiamo mai i 60 orari. E quando arriviamo a Novi Beograd, che già si vede una periferia ben sviluppata, la velocità scende a 20 e poi 10 orari. L’ultimo chilometro di ferrovia è a questa velocità: l’ingresso in stazione è qualcosa di mistico. Lentissimo, dilaniato e dilaniante, la ferrovia come metafora delle ferite serbe. È come se viaggiassimo su una lastra di ghiaccio e ogni passo fosse a rischio caduta. C’è una chiara dinamica in tutto questo: tecnicamente la massicciata della ferrovia non regge una forza orizzontale eccessiva, data da una velocità maggiore ai 10 km orari, metaforicamente è la volontà di chiudere con un mondo che sembra antico. Ancora una volta si celebra il funerale di un processo, più che di un mezzo di trasporto, dove la vita andava in un certo modo. Oggi non si può più tollerare di passare ore in treno per spostarsi di qui a là, e perciò finisce un modo di muoversi, una possibilità.

La stazione è abbandonata a se stessa, ci sono solo 6 binari degni di questo nome, gli altri sono aiuole cementate a metà senza nemmeno una tettoia per ripararsi dalla pioggia. Deserto ovunque, vita zero. Sono passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci son passato. Negli anni ’80 c’era la vita, la stazione era il crocevia delle varie etnie jugoslave che si spostavano da una parte all’altro del regno del maresciallo Tito. Ricordo c’erano le vetture degli espressi da e per Sarajevo che recavano sulla fiancata “Sarajevo 84” ed erano i giochi olimpici invernali. Ricordo la gente con le borse della spesa sotto braccio, con il pane ancora caldo. Passavano dalla stazione, forse venivano a comprare il pane in città perché in campagna si trovava più difficilmente, come in Romania. Adesso è tutto finito. Si ha l’impressione di essere ad un funerale. Assieme a me, a presenziare, c’è il ragazzo salito a Mestre e pieno di valigie, imbacuccato per il gran freddo. Ci dirigiamo assieme all’ufficio Wasteels per prenotare il treno successivo. Scopro che lui prosegue con il treno della mattina dopo per Istanbul. È ufficialmente un mito, un uomo da invidiare. Mestre-Istanbul, la vecchia linea dell’Orient-Express, fatta completamente all’avventura. Da Belgrado a Istanbul, via Nis e Sofia, 24 ore di puro rischio per 900 e passa chilometri all’interno di una delle regione più pericolose d’Europa, a contatto con la povertà più nera dei Balcani. Mi inchino a tal uomo, e ricordo un grande esercizio di Paolo Baiocchi, quando ci insegnava a non invidiare l’altro ma a chiedere un po’ della sua saggezza, della sua bellezza, della sua temerarietà. Ti porterò con me, mister National Geographic, la prossima volta che anche io troverò il coraggio per fare questo viaggio. Che poi se fai questo nella vita, ti resta solo la Transiberiana e poco altro, e puoi dire di aver vissuto.

Belgrado oggi è ventosa, un vento abbastanza freddo. Ho cambiato i soldi, anche questo un rito insolito per chi come noi è abituato alla grande casa euro. Quindi sono a fare i calcoli, cosa posso comprare, dove mangiare con questi pochi soldi che ho cambiato. Anche questa operazione ha dell’incredibile. Mi viene da pensare a quanta cultura si perde scambiando tutto con la stessa moneta. Qui invece no, qui c’è ancora il dinaro serbo. C’è ovviamente Nikola Tesla sul foglio da 100, e c’è una cultura diversa, perché qui la moneta ha un simbolo diverso, geograficamente legato a questo territorio e perciò frutto dello stesso. Ogni moneta racconta un popolo diverso. Le banconote serbe, di nuovo, sanno di un grande passato, di un passato fiero. In Romania sarà diverso, le banconote sono plastificate, come gran parte della realtà romena, dove con un po’ di restyling si cerca di tappare una miseria assolutizzante. Ma qui in Serbia la fierezza è anche dentro le banconote. E allora mi addentro nel centro di Belgrado, con il mio sacco in spalla, alla ricerca di immagini, sensazioni, colori, persone da scrutare e giudicare, da puro schizoide. Alla ricerca di un posto per mangiare e per passare del tempo bello. Nelle strade c’è già più vita, ci sono più bollicine, c’è più scaltrezza, più movimento e questo mi conferma che alla stazione ho assistito al funerale di un concetto. Qualche palazzo porta ancora i segni dei bombardamenti, ma accanto gli è stata ricostruita la vita. C’è stata voglia di rialzarsi, si percepisce. Hanno accettato lo schiaffo Nato con probità.

Mangio in un risto-pub che cuoce alla brace in mezzo alla strada: indico quello che mi sembra un hamburger o una salsiccia di maiale con pane e insalata. Stile MacDonald, ma tutta un’altra storia. Mi accomodo e resto infastidito e anche un po’ incazzato per il fumo. Si fuma ancora nei locali. Mi infastidisce mangiare dentro una camera a gas, ma quando sei dentro una magia, dentro un viaggio che aspettavi da anni ti va bene tutto. È incredibile come riusciamo a farci indorare le pillole più amare. Quando hai una cosa in mente, e solo quella, niente ti può distogliere. Non vedo l’ora che sia pomeriggio per salire sul Bucuresti Express, sul mio vagone letto, su quel vagone letto che mi ha cresciuto da quando avevo sei mesi. Aspettavo tutto l’anno di finire la scuola il 15 giugno perché sapevo che l’indomani saremmo partiti. Ho sempre sofferto le discussioni dei miei, il terrore che si separassero come è poi avvenuto: ma dimenticavo tutto perché c’erano quei tre mesi di vacanze romene che si aprivano e chiudevano con la cosa che mi piaceva di più, con il mio primo amore. Il vagone letto, il treno, il viaggiare. Potevano fare quello che volevano loro due, bastava che non mi toccassero il Firenze-Bucuresti via Venezia Trieste Villa-Opicina Ljubljana Zagabria Belgrado Stamora-Moravita Timosoara Craiova. Anzi, quel viaggio mi faceva sempre pensare che non si sarebbero mai separati. Allora come ancora oggi l’idealizzazione era il mio pezzo forte. E oggi, proprio oggi potevo ripercorrere quel viaggio di venti e più anni fa. Quindi che fumassero pure, tutt’al più moriranno di tumore. 

Voglio che il tempo passi veloce, voglio riempirlo di momenti concatenati. Illudendomi che cosi voli via. E in un certo senso ha un senso. Esperienza comune vuole che i momenti intensi volino via, mentre quelli noiosi ti appestino quasi infinitamente. Allora c’è la Biblioteca Nazionale. Struttura moderna, pienissima di giovani, si respira una bella aria. Soprattutto tutti parlano un ottimo inglese, segno di vitalità, di una gioventù che vuole fare strada. Altro che Fabri Fibra o Marracash o le bevute ripetute al Pigneto, che è più o meno l’orizzonte culturale più ardito dei nostri coetanei più giovani. Passo del tempo in compagnia di questa aria frizzante, controllo le ultime faccende online e mi appresto ad avvicinarmi al traguardo. Ancora un’ora e mezzo e sarò partito. Fuori Belgrado è ancora ventosa ed anche fredda, ma un freddo rispettoso dei tuoi limiti, delle tue possibilità. Si fa sentire con fierezza ma ti lascia spazio. Scendo giù per la collina che dalla Biblioteca porta alla stazione e una fermata obbligatoria in un forno per mangiare una squisita pasta locale, fatta di sfoglia e feta. Mentre cammino sono già dentro la stazione, quasi non mi accorgo del traffico intorno, delle persone che incrocio. Sono a qualche chilometro di distanza, ma con la testa già impegnata nella casa del regno ferrato. 

lunedì 23 gennaio 2012

un po' di numeri

il naufragio della Concordia all'Isola del Giglio mi da' l'occasione per ripensare a certi vizi del nostro paese. Nella stessa puntata, prima della satira scontata ma valida sul comandante Schettino, Crozza aveva dato uno spunto interessante. Ricordandoci che, dati alla mano del dipartimento delle finanze del Ministero dell'Economia, i gioiellieri dichiarano in media meno degli operai. Come libero professionista prima e come operatore sociale poi sono fiero di essere dalla parte di quelli che non pensano di essere più furbi degli altri.


Il nostro problema è che non c'è modo di mettersi al riparo dai furbetti dell'ultima ora, di tutte queste benedette ore italiane. Chi l'avrebbe mai detto a priori che uno come il comandante Schettino era un incapace? Facile dirlo oggi, a nave affondata. Ma prima? E quanti ce ne sono a giro come lui? Lo sport nazionale preferito consiste nella caccia al colpevole, il classico dagli all'untore di manzoniana memoria. Dimenticando che non serve a niente chiudere la stalla quando i buoi sono già scappati. 


Qui l'unico modo per evitare ulteriori disastri in futuro è investire in cultura. E' inutile fare programmi ambiziosi, elargire fondi per il lavoro, mantenere i contrafforti dello stato sociale. Buttiamo tutto a mare (sigh). L'unica cosa da fare è investire tutti i nostri soldi nella scuola, nell'università, nella ricerca. Facendole tornare ad essere centri di eccellenza. Che producano cultura e nuove invenzioni; senza invenzioni o brevetti faremo la fine delle anatre per il Foie Gras. Chi ci rintuzza il becco sono le varie multinazionali e le varie lobby, pronte a tirarci il collo quando saremo belli grassi.


Solo la scuola ci salverà. Ci ho lavorato per anni e ne sono sempre più convinto. E' la banca più sicura che esista. Solo la cultura ci salverà. Se la scuola dovesse cadere a pezzi, rimbocchiamoci le mani e acculturiamoci da soli. Siamo più ambiziosi, più curiosi, più ricchi di sapere. Sempre che non sia troppo tardi. Perchè forse ha ragione Crozza, Schettino non è stato l'unico a volerci rassicurare mentre la nave mentre affondava. 

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