venerdì 27 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (parte terza)


Finalmente arrivo al confine serbo. Una delle immagini più nitide di questo viaggio. Mentre il treno rallenta, sulla strada polverosa una vecchia donna sale sulla sua bicicletta e comincia a pedalare. Vista dal finestrino è qualcosa di più: non sale solo lei in canna, ma tutta la sua vita. Che sta sulle spalle ricurve dallo sforzo degli anni, forse passati a zappare e zollare e rassodare la terra. È una visione privilegiata. Altro che cinema, altro che teatro. È la vita com’è. Una pedalata in bici con la fatica delle cose da fare ma anche i progetti ma anche le soddisfazioni ma anche i dolori. Ce n’erano diversi sulle sue rughe. Le vedevo una a una. Ogni ruga un dolore, una fatica per questa esistenza passata a schiacciare pesi, a tritarli, a metabolizzarli. A superarli. È come American Beauty: vedi la bellezza in una pedalata arrancante, vedi la vita che sale in bici e parte per una destinazione che è sempre la solita, magari, ma è sempre lì. Sai che se andrai lì ci puoi ancora stare in questo mondo. Pedali per poter continuare a pedalare. Niente di più. Ma scusate se è poco. A volte ci sembra scontato tutto, diamo, do per scontato che arriverò a lavorare, che riscuoterò lo stipendio, che il mio lavoro ci sarà sempre, che rivedrò mio padre e che quindi non ha senso che lo abbracci alla stazione metro a Roma e dirgli che mi manca tantissimo, perché tanto lo rivedrò. In realtà la bici si può anche rompere, bucare, andare fuori asse, arrugginire. Ma mi illudo che potrò ancora pedalarla perché ho visto com’è bello pedalare per il gusto di pedalare, vivere per il gusto di vivere, fare qualcosa per il gusto di farlo. Senza grandi progetti: solo per poterlo rifare. Proprio come la vecchia signora del confine.

Entriamo in Serbia, con stanchezza. Sono le ultime ore di un viaggio che il Tesla ha cominciato ieri sera, ed il fiato si affievolisce sempre più. Stanco come la trazione jugoslava: una 441 costruita in Romania e ammodernata dalla Rade Koncar di Zagabria quando ancora i cugini si parlavano. Dal confine fino a Belgrado non superiamo mai i 60 orari. E quando arriviamo a Novi Beograd, che già si vede una periferia ben sviluppata, la velocità scende a 20 e poi 10 orari. L’ultimo chilometro di ferrovia è a questa velocità: l’ingresso in stazione è qualcosa di mistico. Lentissimo, dilaniato e dilaniante, la ferrovia come metafora delle ferite serbe. È come se viaggiassimo su una lastra di ghiaccio e ogni passo fosse a rischio caduta. C’è una chiara dinamica in tutto questo: tecnicamente la massicciata della ferrovia non regge una forza orizzontale eccessiva, data da una velocità maggiore ai 10 km orari, metaforicamente è la volontà di chiudere con un mondo che sembra antico. Ancora una volta si celebra il funerale di un processo, più che di un mezzo di trasporto, dove la vita andava in un certo modo. Oggi non si può più tollerare di passare ore in treno per spostarsi di qui a là, e perciò finisce un modo di muoversi, una possibilità.

La stazione è abbandonata a se stessa, ci sono solo 6 binari degni di questo nome, gli altri sono aiuole cementate a metà senza nemmeno una tettoia per ripararsi dalla pioggia. Deserto ovunque, vita zero. Sono passati più di vent’anni dall’ultima volta che ci son passato. Negli anni ’80 c’era la vita, la stazione era il crocevia delle varie etnie jugoslave che si spostavano da una parte all’altro del regno del maresciallo Tito. Ricordo c’erano le vetture degli espressi da e per Sarajevo che recavano sulla fiancata “Sarajevo 84” ed erano i giochi olimpici invernali. Ricordo la gente con le borse della spesa sotto braccio, con il pane ancora caldo. Passavano dalla stazione, forse venivano a comprare il pane in città perché in campagna si trovava più difficilmente, come in Romania. Adesso è tutto finito. Si ha l’impressione di essere ad un funerale. Assieme a me, a presenziare, c’è il ragazzo salito a Mestre e pieno di valigie, imbacuccato per il gran freddo. Ci dirigiamo assieme all’ufficio Wasteels per prenotare il treno successivo. Scopro che lui prosegue con il treno della mattina dopo per Istanbul. È ufficialmente un mito, un uomo da invidiare. Mestre-Istanbul, la vecchia linea dell’Orient-Express, fatta completamente all’avventura. Da Belgrado a Istanbul, via Nis e Sofia, 24 ore di puro rischio per 900 e passa chilometri all’interno di una delle regione più pericolose d’Europa, a contatto con la povertà più nera dei Balcani. Mi inchino a tal uomo, e ricordo un grande esercizio di Paolo Baiocchi, quando ci insegnava a non invidiare l’altro ma a chiedere un po’ della sua saggezza, della sua bellezza, della sua temerarietà. Ti porterò con me, mister National Geographic, la prossima volta che anche io troverò il coraggio per fare questo viaggio. Che poi se fai questo nella vita, ti resta solo la Transiberiana e poco altro, e puoi dire di aver vissuto.

Belgrado oggi è ventosa, un vento abbastanza freddo. Ho cambiato i soldi, anche questo un rito insolito per chi come noi è abituato alla grande casa euro. Quindi sono a fare i calcoli, cosa posso comprare, dove mangiare con questi pochi soldi che ho cambiato. Anche questa operazione ha dell’incredibile. Mi viene da pensare a quanta cultura si perde scambiando tutto con la stessa moneta. Qui invece no, qui c’è ancora il dinaro serbo. C’è ovviamente Nikola Tesla sul foglio da 100, e c’è una cultura diversa, perché qui la moneta ha un simbolo diverso, geograficamente legato a questo territorio e perciò frutto dello stesso. Ogni moneta racconta un popolo diverso. Le banconote serbe, di nuovo, sanno di un grande passato, di un passato fiero. In Romania sarà diverso, le banconote sono plastificate, come gran parte della realtà romena, dove con un po’ di restyling si cerca di tappare una miseria assolutizzante. Ma qui in Serbia la fierezza è anche dentro le banconote. E allora mi addentro nel centro di Belgrado, con il mio sacco in spalla, alla ricerca di immagini, sensazioni, colori, persone da scrutare e giudicare, da puro schizoide. Alla ricerca di un posto per mangiare e per passare del tempo bello. Nelle strade c’è già più vita, ci sono più bollicine, c’è più scaltrezza, più movimento e questo mi conferma che alla stazione ho assistito al funerale di un concetto. Qualche palazzo porta ancora i segni dei bombardamenti, ma accanto gli è stata ricostruita la vita. C’è stata voglia di rialzarsi, si percepisce. Hanno accettato lo schiaffo Nato con probità.

Mangio in un risto-pub che cuoce alla brace in mezzo alla strada: indico quello che mi sembra un hamburger o una salsiccia di maiale con pane e insalata. Stile MacDonald, ma tutta un’altra storia. Mi accomodo e resto infastidito e anche un po’ incazzato per il fumo. Si fuma ancora nei locali. Mi infastidisce mangiare dentro una camera a gas, ma quando sei dentro una magia, dentro un viaggio che aspettavi da anni ti va bene tutto. È incredibile come riusciamo a farci indorare le pillole più amare. Quando hai una cosa in mente, e solo quella, niente ti può distogliere. Non vedo l’ora che sia pomeriggio per salire sul Bucuresti Express, sul mio vagone letto, su quel vagone letto che mi ha cresciuto da quando avevo sei mesi. Aspettavo tutto l’anno di finire la scuola il 15 giugno perché sapevo che l’indomani saremmo partiti. Ho sempre sofferto le discussioni dei miei, il terrore che si separassero come è poi avvenuto: ma dimenticavo tutto perché c’erano quei tre mesi di vacanze romene che si aprivano e chiudevano con la cosa che mi piaceva di più, con il mio primo amore. Il vagone letto, il treno, il viaggiare. Potevano fare quello che volevano loro due, bastava che non mi toccassero il Firenze-Bucuresti via Venezia Trieste Villa-Opicina Ljubljana Zagabria Belgrado Stamora-Moravita Timosoara Craiova. Anzi, quel viaggio mi faceva sempre pensare che non si sarebbero mai separati. Allora come ancora oggi l’idealizzazione era il mio pezzo forte. E oggi, proprio oggi potevo ripercorrere quel viaggio di venti e più anni fa. Quindi che fumassero pure, tutt’al più moriranno di tumore. 

Voglio che il tempo passi veloce, voglio riempirlo di momenti concatenati. Illudendomi che cosi voli via. E in un certo senso ha un senso. Esperienza comune vuole che i momenti intensi volino via, mentre quelli noiosi ti appestino quasi infinitamente. Allora c’è la Biblioteca Nazionale. Struttura moderna, pienissima di giovani, si respira una bella aria. Soprattutto tutti parlano un ottimo inglese, segno di vitalità, di una gioventù che vuole fare strada. Altro che Fabri Fibra o Marracash o le bevute ripetute al Pigneto, che è più o meno l’orizzonte culturale più ardito dei nostri coetanei più giovani. Passo del tempo in compagnia di questa aria frizzante, controllo le ultime faccende online e mi appresto ad avvicinarmi al traguardo. Ancora un’ora e mezzo e sarò partito. Fuori Belgrado è ancora ventosa ed anche fredda, ma un freddo rispettoso dei tuoi limiti, delle tue possibilità. Si fa sentire con fierezza ma ti lascia spazio. Scendo giù per la collina che dalla Biblioteca porta alla stazione e una fermata obbligatoria in un forno per mangiare una squisita pasta locale, fatta di sfoglia e feta. Mentre cammino sono già dentro la stazione, quasi non mi accorgo del traffico intorno, delle persone che incrocio. Sono a qualche chilometro di distanza, ma con la testa già impegnata nella casa del regno ferrato. 

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