martedì 10 gennaio 2012

come salvarsi dall'idiozia



Poche idee svicolanti per lavorare con passione.


Per chi ha la fortuna di lavorare, oggi, si aprono scenari molto stringenti che mettono a dura prova l’etica personale. Mi riferisco ad esempio a tutte le norme sulla privacy che rendono stupido il nostro lavoro. Credo che uno degli aspetti più pericolosi, in questa dinamica, sia la sottovalutazione degli effetti che possono generarsi dal lavorare con normative idiote. Faccio un esempio per brevità: il mio responsabile mi impone di non far sedere accanto a me, mentre consultiamo internet alla ricerca di un lavoro, un utente del centro di accoglienza presso il quale opero. Sostiene che così facendo viene violata la privacy e la sicurezza dei dati personali; una chimera, questa, dietro la quale tutti corriamo, e per la quale è stata fatta una normativa paranoica che a niente è servita (in Italia c’erano all’epoca ben altre urgenze) e mai servirà (vedi casi di sottrazione di dati personali da parte di organizzazioni di hacker sui siti della Sony ecc.), se non a rendere più incapaci gli amministrativi e rincretinirli sempre più (forse al fine, in ultima istanza, di renderli automi incapaci di pensare, Matrix docet).
Io operatore, nella mia etica professionale, mi trovo quindi stretto fra due cardini: da una parte devo rispettare la normativa perché ho firmato un’assunzione di responsabilità dove garantivo che avrei vigilato sui dati personali, dall’altra devo offrire un servizio agli utenti (ma preferisco chiamarle persone del centro) che abbia particolari caratteristiche, tra le quali l’attivazione di quelle risorse di empowerment proprie della persona. In questo modo posso, nel mio piccolo, contribuire all’integrazione della persona immigrata nella nostra società, e sperare così che un domani non partecipi a qualche attentato. Oltre che a pagare la pensione a mio padre! Se proprio vogliamo rimanere solo sul piano socio-economico.
Che fare dunque?
Mi appello alla mia etica e decido di sbattermene delle normative, per una ragione ben precisa. La mia sopravvivenza. Avete mai visto un dipendente di qualsiasi amministrazione pubblica? Lui è il classico esempio di persona distrutta dalle normative. Quando le persone devono rispettare regole e passano la maggior parte del loro tempo lavorativo a farle rispettare, smettono di agire e cominciano a fare, semplicemente fare il loro lavoro. Galimberti, riprendendo Gunter Anders, sostiene che questa deriva è cominciata nella nostra società dopo la seconda guerra mondiale. È stato con l’avvento del nazismo, riferisce Anders, che è arrivato sulla scena un nuovo elemento capace di cambiare la storia e la vita delle persone. Quando i comandanti dei campi di concentramento riuscivano ad uccidere migliaia di persone al giorno, compivano un crimine efferato sia per il fatto emotivo in se e per sé, ma anche perché stavano cominciando a dimostrare che è possibile alienare un lavoratore dagli obiettivi ultimi della sua mission, semplicemente facendogli passare per normale il rispetto delle regole. Idem il pilota dell’Enola Gay: mi danno un ordine, lo eseguo. Che poi provochi milioni di morti non rientra nella mia etica professionale.
Fortunatamente oggi nei nostri lavori non corriamo questi rischi. Ma quello che rischiamo è di diventare un massa di idioti. Processo già cominciato alla fine del secolo scorso con l’avvento della televisione come arma di distrAzione di massa.
L’etica di un professionista deve comprendere l’agire, non il fare. Perché se ti vuoi salvare hai solo un’opportunità: lavorare per passione. E quando lavori con passione tutto ciò che fai è un’esperienza: come tutte le esperienza umane è finita. Perciò va percorsa sempre al massimo della passione, perché tanto prima o poi finisce. Non ci sono lavori che durano indeterminatamente, per la buona pace di tutti noi precari. So che è difficile da digerire per un precario della scuola che sta aspettando da decenni un contratto indeterminato, ma è altresì vero che il suo abbrutimento nasce nel momento in cui il suo lavoro esclude la passione, perché prima di insegnare con motivazione la sua materia deve adempiere ad una serie impressionante di pratiche burocratiche che appunto hanno il compito di incattivirlo. Lui allora non ha chances, può solo sperare per contro dipendenza in un tempo indeterminato. Così almeno sa che per tutta la vita dovrà compilare molte scartoffie, e s’illude di salvarsi con un stipendio fisso tutti i mesi. In realtà il sistema lo ha già bruciato, perché con quello stipendio, mediamente, consumerà cibo o comunque beni di consumo. E così facendo ecco chiuso il cerchio del consumismo: produciamo lavoratori per fargli spendere i soldi che vanno ad incrementare il giro di speculazioni mondiali, su cui un piccolo manipolo di Luciferi mette le mani. Lo voglio sottolineare: produciamo lavoratori per consumargli lo stipendio.

Allora nella mia etica cerco di non farmi mangiare dal sistema, per quel che posso, e scelgo di non seguire la normativa perché rispettarla significa tirarsi fuori dalla responsabilità. Non so per quali fini è stata fatta la normativa, o se li conosco non mi va tanto di pensarci su e stabilire se mi piacciono o meno, e quindi la eseguo e festa finita. Porto a casa il mio stipendio, così che possa fare la spesa, crescere i miei bambini, mandarli a scuola e metterli in grado di costruirsi una famiglia, cosicché anche loro possano partecipare al grande giro di giostra luciferina.
Nell’età della tecnica, come dice Adriano Zamperini, la parola lavoro che per natura dovrebbe essere pregna di connotazioni positive, diventa molto insidiosa perché limita la responsabilità alla buona esecuzione degli ordini, quindi una responsabilità nei confronti del superiore, senza alcuna considerazione in ordine agli effetti della propria azione.
Scelgo quindi di disubbidire al mansionario perché si anche vive di responsabilità, come madre Gestalt ci insegna. E mentre lavoro so che i miei bisogni sono illimitati, le mie risorse limitate ed oltre a questo ho l’assillo del tempo (Anna Ravenna), che è l’unico bene umano che non torna mai indietro. In questo senso manca un moderno Prometeo che riesca a dilatare lo spazio tempo e regalare agli uomini uno strumento di vera utilità.
Nella mia etica c’è il non rispetto delle norme avvilenti e c’è la matematica di Godel, a cui Kandinsky sussurrava nell’orecchio che i numeri sono la musica dell’universo. E non fraintendetemi, non sto dicendo che Godel abbia voluto dire che siccome la matematica è indimostrabile (al suo interno cioè ci sono preposizioni, ad esempio di logica formale, che non sono dimostrabilmente né vere né false) allora anche la realtà di tutti i giorni lo è. Sto dicendo che è COME SE fosse così, che l’illuminazione di Godel mi ha fatto accendere una lampadina. Va presa come una metafora che ha un buon sapore. E dietro quella andare, e nutrirsi di questa metafora. E agganciarla alle curve di distribuzione statistica a noi note, cioè la Gaussiane. So che i gas tendono a distribuirsi in un certo modo nello spazio, o che le estrazioni di palline bianche e nere seguono un andamento gaussiano: dovrei quindi anche sapere che una metafora del genere può illuminare il cammino della mia responsabilità in riferimento alla normativa sulla sicurezza. Così potrei facilmente comprendere che su 365 giorni dell’anno, diciamo un buon 80% di essi trascorre nel rispetto della normativa, mentre il restante 20%, ovvero gli estremi della curva, hanno un andamento diverso e ci saranno degli intoppi. Pensare che tutto debba essere sotto controllo, nel posto di lavoro, è un delirio narcisistico.
Se allora voglia evitare di essere Dio (e peraltro già Dante ci aveva avvertiti che è Lui a nostra immagine, non noi a sua[1]) allora è inutile che faccia attendere un utente oltre la linea gialla perché così mi rispetta la regola e controllo che non la infranga. È più avvincente cercare di lavorare con lui nel qui e ora delle sue esigenze e delle mie. Lavorare sotto il segno dell’ananke, la necessità che secondo i Greci permeava la Natura. Questa è la passione che alimenta la mia etica.
E devo dire che fino ad oggi ho sempre trovato delle grandi soddisfazioni. Se sostenessi che lavoro solo per queste e che potrei fare a meno dello stipendio sarei un manicheo. E invece sono ben cosciente che senza soldi starei male, ECCOME.
Voglio avere però la voglia di testimoniare che la sensazione e l’emozione che mi da’ vedere una persona cinquantenne della Guinea, che non ha mai preso in mano una penna per scrivere e fare esercizi prima di oggi, e che si cimenta con mille sforzi dentro la grammatica italiana, beh questa sensazione lo stipendio non me l’ha mai data.

È una questione di lotta. Come un sol uomo, come un sol uomo.


[1] Quella circulazion che si concetta, pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei alquanto circunspetta, dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de la nostra effige: per che 'l mio viso in lei tutto era messo.

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