Poche idee svicolanti per lavorare con passione.
Per
chi ha la fortuna di lavorare, oggi, si aprono scenari molto stringenti che
mettono a dura prova l’etica personale. Mi riferisco ad esempio a tutte le
norme sulla privacy che rendono stupido il nostro lavoro. Credo che uno degli
aspetti più pericolosi, in questa dinamica, sia la sottovalutazione degli
effetti che possono generarsi dal lavorare con normative idiote. Faccio un
esempio per brevità: il mio responsabile mi impone di non far sedere accanto a
me, mentre consultiamo internet alla ricerca di un lavoro, un utente del centro
di accoglienza presso il quale opero. Sostiene che così facendo viene violata
la privacy e la sicurezza dei dati personali; una chimera, questa, dietro la
quale tutti corriamo, e per la quale è stata fatta una normativa paranoica che
a niente è servita (in Italia c’erano all’epoca ben altre urgenze) e mai
servirà (vedi casi di sottrazione di dati personali da parte di organizzazioni
di hacker sui siti della Sony ecc.), se non a rendere più incapaci gli
amministrativi e rincretinirli sempre più (forse al fine, in ultima istanza, di
renderli automi incapaci di pensare, Matrix docet).
Io
operatore, nella mia etica professionale, mi trovo quindi stretto fra due
cardini: da una parte devo rispettare la normativa perché ho firmato
un’assunzione di responsabilità dove garantivo che avrei vigilato sui dati
personali, dall’altra devo offrire un servizio agli utenti (ma preferisco
chiamarle persone del centro) che abbia particolari caratteristiche, tra le
quali l’attivazione di quelle risorse di empowerment proprie della persona. In
questo modo posso, nel mio piccolo, contribuire all’integrazione della persona
immigrata nella nostra società, e sperare così che un domani non partecipi a
qualche attentato. Oltre che a pagare la pensione a mio padre! Se proprio
vogliamo rimanere solo sul piano socio-economico.
Che
fare dunque?
Mi
appello alla mia etica e decido di sbattermene delle normative, per una ragione
ben precisa. La mia sopravvivenza.
Avete mai visto un dipendente di qualsiasi amministrazione pubblica? Lui è il
classico esempio di persona distrutta dalle normative. Quando le persone devono
rispettare regole e passano la maggior parte del loro tempo lavorativo a farle
rispettare, smettono di agire e cominciano a fare, semplicemente fare il loro
lavoro. Galimberti, riprendendo Gunter Anders, sostiene che questa deriva è
cominciata nella nostra società dopo la seconda guerra mondiale. È stato con
l’avvento del nazismo, riferisce Anders, che è arrivato sulla scena un nuovo
elemento capace di cambiare la storia e la vita delle persone. Quando i
comandanti dei campi di concentramento riuscivano ad uccidere migliaia di
persone al giorno, compivano un crimine efferato sia per il fatto emotivo in se
e per sé, ma anche perché stavano cominciando a dimostrare che è possibile
alienare un lavoratore dagli obiettivi ultimi della sua mission, semplicemente
facendogli passare per normale il rispetto delle regole. Idem il pilota dell’Enola
Gay: mi danno un ordine, lo eseguo. Che poi provochi milioni di morti non
rientra nella mia etica professionale.
Fortunatamente
oggi nei nostri lavori non corriamo questi rischi. Ma quello che rischiamo è di
diventare un massa di idioti. Processo già cominciato alla fine del secolo
scorso con l’avvento della televisione come arma di distrAzione di massa.
L’etica
di un professionista deve comprendere l’agire, non il fare. Perché se ti vuoi
salvare hai solo un’opportunità: lavorare per passione. E quando lavori con
passione tutto ciò che fai è un’esperienza: come tutte le esperienza umane è
finita. Perciò va percorsa sempre al massimo della passione, perché tanto prima
o poi finisce. Non ci sono lavori che durano indeterminatamente, per la buona pace
di tutti noi precari. So che è difficile da digerire per un precario della
scuola che sta aspettando da decenni un contratto indeterminato, ma è altresì
vero che il suo abbrutimento nasce nel momento in cui il suo lavoro esclude la
passione, perché prima di insegnare con motivazione la sua materia deve
adempiere ad una serie impressionante di pratiche burocratiche che appunto
hanno il compito di incattivirlo. Lui allora non ha chances, può solo sperare
per contro dipendenza in un tempo indeterminato. Così almeno sa che per tutta
la vita dovrà compilare molte scartoffie, e s’illude di salvarsi con un
stipendio fisso tutti i mesi. In realtà il sistema lo ha già bruciato, perché
con quello stipendio, mediamente, consumerà cibo o comunque beni di consumo. E così
facendo ecco chiuso il cerchio del consumismo: produciamo lavoratori per fargli
spendere i soldi che vanno ad incrementare il giro di speculazioni mondiali, su
cui un piccolo manipolo di Luciferi mette le mani. Lo voglio sottolineare:
produciamo lavoratori per consumargli lo stipendio.
Allora
nella mia etica cerco di non farmi mangiare dal sistema, per quel che posso, e
scelgo di non seguire la normativa perché rispettarla significa tirarsi fuori
dalla responsabilità. Non so per quali fini è stata fatta la normativa, o se li
conosco non mi va tanto di pensarci su e stabilire se mi piacciono o meno, e
quindi la eseguo e festa finita. Porto a casa il mio stipendio, così che possa
fare la spesa, crescere i miei bambini, mandarli a scuola e metterli in grado
di costruirsi una famiglia, cosicché anche loro possano partecipare al grande
giro di giostra luciferina.
Nell’età
della tecnica, come dice Adriano Zamperini, la parola lavoro che per natura
dovrebbe essere pregna di connotazioni positive, diventa molto insidiosa perché
limita la responsabilità alla buona esecuzione degli ordini, quindi una responsabilità nei confronti del
superiore, senza alcuna considerazione in ordine agli effetti della propria
azione.
Scelgo
quindi di disubbidire al mansionario perché si anche vive di responsabilità,
come madre Gestalt ci insegna. E mentre lavoro so che i miei bisogni sono
illimitati, le mie risorse limitate ed oltre a questo ho l’assillo del tempo
(Anna Ravenna), che è l’unico bene umano che non torna mai indietro. In questo
senso manca un moderno Prometeo che riesca a dilatare lo spazio tempo e
regalare agli uomini uno strumento di vera utilità.
Nella
mia etica c’è il non rispetto delle norme avvilenti e c’è la matematica di
Godel, a cui Kandinsky sussurrava nell’orecchio che i numeri sono la musica
dell’universo. E non fraintendetemi, non sto dicendo che Godel abbia voluto
dire che siccome la matematica è indimostrabile (al suo interno cioè ci sono
preposizioni, ad esempio di logica formale, che non sono dimostrabilmente né
vere né false) allora anche la realtà di tutti i giorni lo è. Sto dicendo che è
COME SE fosse così, che l’illuminazione di Godel mi ha fatto accendere una
lampadina. Va presa come una metafora che ha un buon sapore. E dietro quella
andare, e nutrirsi di questa metafora. E agganciarla alle curve di
distribuzione statistica a noi note, cioè la Gaussiane. So che i gas tendono a
distribuirsi in un certo modo nello spazio, o che le estrazioni di palline
bianche e nere seguono un andamento gaussiano: dovrei quindi anche sapere che
una metafora del genere può illuminare il cammino della mia responsabilità in
riferimento alla normativa sulla sicurezza. Così potrei facilmente comprendere
che su 365 giorni dell’anno, diciamo un buon 80% di essi trascorre nel rispetto
della normativa, mentre il restante 20%, ovvero gli estremi della curva, hanno
un andamento diverso e ci saranno degli intoppi. Pensare che tutto debba essere
sotto controllo, nel posto di lavoro, è un delirio narcisistico.
Se
allora voglia evitare di essere Dio (e peraltro già Dante ci aveva avvertiti
che è Lui a nostra immagine, non noi a sua[1])
allora è inutile che faccia attendere un utente oltre la linea gialla perché
così mi rispetta la regola e controllo che non la infranga. È più avvincente cercare
di lavorare con lui nel qui e ora delle sue esigenze e delle mie. Lavorare
sotto il segno dell’ananke, la
necessità che secondo i Greci permeava la Natura. Questa è la passione che
alimenta la mia etica.
E
devo dire che fino ad oggi ho sempre trovato delle grandi soddisfazioni. Se
sostenessi che lavoro solo per queste e che potrei fare a meno dello stipendio
sarei un manicheo. E invece sono ben cosciente che senza soldi starei male,
ECCOME.
Voglio
avere però la voglia di testimoniare che la sensazione e l’emozione che mi da’
vedere una persona cinquantenne della Guinea, che non ha mai preso in mano una
penna per scrivere e fare esercizi prima di oggi, e che si cimenta con mille
sforzi dentro la grammatica italiana, beh questa sensazione lo stipendio non me
l’ha mai data.
È
una questione di lotta. Come un sol uomo, come un sol uomo.
[1] Quella
circulazion che si concetta, pareva in te come lume reflesso, da li occhi miei
alquanto circunspetta, dentro da sé, del suo colore stesso, mi parve pinta de
la nostra effige: per che 'l mio viso in lei tutto era messo.
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