Ci sono tante immagini che mi
solleticano il cuore durante questo viaggio nei ricordi. In quei Balcani che
vivevo quando ero piccolo, e che mi sono voluto riprendere oggi, prima che sia
troppo tardi perché da buon caratteraccio di pensiero penso sempre che non si
sa mai. Tante immagini e tutti i sensi dentro questa due giorni da Roma a
Bucarest, via Venezia, Zagabria, Belgrado, Timisoara.
C’è il contatto con la cuccetta
delle Zeleznice Srbjie, un delirio di felicità. Sfioro i sedili di vecchio
velluto verde, quello stesso velluto che c’era venti anni fa. Vent’anni fa lo
vedevo dal finestrino del mio vagone letto, ed era del treno che andava verso
Sarajevo e Skopje, e poi Sofia e Istanbul. Me lo sono assaporato tutto, quel
sapore. È rimasto com’era vent’anni fa, ha resistito anche alla guerra che
leggevo tutti i giorni sulla Repubblica tornando da scuola. È il sapore del
comunismo. Non lo saprei descrivere, ma lo riconoscerei in mezzo a qualsiasi
altro. Ci sono cresciuto in mezzo, quando a un certo punto di tutte le mie
estati da bambino si apriva una dimensione parallela, dove suoni, colori,
dinamiche, movimenti e odori erano diversi. Odori appunto.
Come questa sera di novembre
2011, nel vagone 423 del Nikola Tezla per Belgrado. Fuori pioviggina, ma è
quasi ininfluente, è come se da lassù si adagiasse un manto di purezza su tutta
la splendida Venezia Santa Lucia. Odori: dev’essere una mistura di
polverestanchezza umidoillusionichedomanisaràmegliomaintantostoinfilaperilpane,
la stanchezza e la pazienza di quegli uomini dell’est che anche Terzani ha sempre
raccontato. Quella che ho visto per dieci anni della mia infanzia.
È stato intensissimo. Appena
entrato dentro la cuccetta, odori colori e manipolazioni hanno aperto un canale
transferale. Uno switch potentissimo verso un mondo, quello dei Balcani
comunisti e socialisti. Anche il cuccettista è un vecchio uomo dei Balcani, col
suo gilet dentro cui fa spallucce prima ancora che tu gli chieda qualsiasi
cosa, e quella eterna sigaretta che gli accende un volto ancora attonito per
non aver capito, forse, cos’è successo in tutto questo tempo e perché un
chilometro dopo Villa Opicina le cose pian piano prendevano un altro colore.
Eppure era solo un chilometro. Eppure chilometro dopo chilometro si
ingrigivano.
Nel mio shock arancione fuoco gli
vedo addosso la dignità di un intero popolo. Mentre passeggia sul binario è
tutta la Serbia. Ci ricorda che sono interessanti, tutti quanti, quel
chilometro dopo Villa Opicina. Poi c’è quel Nikola Tezla che vale da solo il
prezzo della cuccetta: gli dissero che non sarebbe mai riuscito ad invertire il
ciclo della corrente elettrica. Li ridicolizzò tutti poco tempo dopo. E
tutt’oggi, in ogni istante di questa era in cui qualcosa brucia l’oro nero che
poi passa alternandosi dentro ogni casa, ogni cellulare, ogni computer.
Respiro a pieni polmoni
quell’odore di comunismo, mentre l’espresso lascia la laguna e comincia a
volere prima Ljubljiana, poi Zagabria e poi Belgrado. Una dietro l’altra come
le stelle del carro. Mi rendo conto che sarò solo, che tutto il vagone è
praticamente vuoto, perché non si viaggia più così. Oggi è fuori moda. C’è
l’alta velocità in Occidente, e le low cost a est di Roma. Oggi è da stupidi
mandare un vagone da Belgrado a Venezia, con un cuccettista e 4 paganti. Ci
hanno raccontato che non ha senso, che costa troppo, che è controproducente,
che conviene inquinare l’atmosfera con gli scarichi dei motori a reazione, che
la gente vuole spostarsi veloce e non sentire il rimasuglio d’odore del
comunismo a est, che conviene nutrirli con l’aspettativa del tutto si può, del
“e che ci vorrà mai ad arrivare di là dall’Adriatico con due eliche a
reazione”. Ci hanno nutrito con il mito dell’efficienza, fregandosene dei
limiti di una natura che vuole una notte da Venezia a Belgrado perché così hai
più tempo di metabolizzare il cambio di tradizioni. E coglierle in tutta la
loro essenza.
L’efficienza. La chiamano così, o
anche modernità. In realtà è solo portare le pecore al pascolo, dandogli odori
asettici, come l’aria condizionata degli aeroporti, o la plastica dei sedili
degli aerei, o le forme tutte uguali degli Airbus, e gli spazi stretti dove per
un’ora e mezzo (mediamente si arriva da ogni parte d’Europa con novanta minuti
di efficienza sparata in vena) non riesci nemmeno ad accavallare le gambe e
tieni strette le chiappe che non si sa mai, qualcuno casca…si vabbè, ne cascano
pochi, oh che dovrà toccare a me, no dai non è possibile, per la legge dei
grandi numeri toccherà a qualcun altro. E così ogni tanto qualcuno si fa una
bella supposta di efficienza e modernità, distendendosi al camposanto invece
che in una cuccetta lungo un treno che illumina la notte tra Zagabria e
Belgrado.
Ci hanno cresciuti a efficienza e
modernità. Ci ha salvato John Carse, ricordandoci che anche loro, in questo
gioco, pagano un prezzo. Il prezzo di riconoscere l’inevitabilità
dell’accettazione di essere oppressi, ovvero se fossimo stati automi non
sarebbe stata necessaria nessuna minaccia o nessuna creazione di Matrix.
Leggo avidamente Terzani, come
quando mangio avidamente. Non ho ancora imparato ad assaporare le cose. Lo
diceva Perls, ma non ce la faccio proprio. Trangugio tutto, e non mi resta
l’esperienza del sapore.
Nel
silenzio si arriva a Villa Opicina. In quel teatro che è il binario uno siamo 3
o 4 spettatori in religioso silenzio di fronte all’imminente rito del
passaggio: io, il cuccettista serbo, i due capitreno sloveni. Tutti sappiamo
che stiamo per fare il passo di là, che non è un semplice passo, perché da lì
si va dritti dritti nel cuore dell’Europa ferita. È come stare sull’orizzonte
degli eventi del buco nero, ma stavolta Hawking non ci condanna alla
disgregazione infinita della materia. Si può tornare, si può passare
attraverso.

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