venerdì 13 gennaio 2012

quel che resta del comunismo (prima parte)


Ci sono tante immagini che mi solleticano il cuore durante questo viaggio nei ricordi. In quei Balcani che vivevo quando ero piccolo, e che mi sono voluto riprendere oggi, prima che sia troppo tardi perché da buon caratteraccio di pensiero penso sempre che non si sa mai. Tante immagini e tutti i sensi dentro questa due giorni da Roma a Bucarest, via Venezia, Zagabria, Belgrado, Timisoara.

C’è il contatto con la cuccetta delle Zeleznice Srbjie, un delirio di felicità. Sfioro i sedili di vecchio velluto verde, quello stesso velluto che c’era venti anni fa. Vent’anni fa lo vedevo dal finestrino del mio vagone letto, ed era del treno che andava verso Sarajevo e Skopje, e poi Sofia e Istanbul. Me lo sono assaporato tutto, quel sapore. È rimasto com’era vent’anni fa, ha resistito anche alla guerra che leggevo tutti i giorni sulla Repubblica tornando da scuola. È il sapore del comunismo. Non lo saprei descrivere, ma lo riconoscerei in mezzo a qualsiasi altro. Ci sono cresciuto in mezzo, quando a un certo punto di tutte le mie estati da bambino si apriva una dimensione parallela, dove suoni, colori, dinamiche, movimenti e odori erano diversi. Odori appunto.

Come questa sera di novembre 2011, nel vagone 423 del Nikola Tezla per Belgrado. Fuori pioviggina, ma è quasi ininfluente, è come se da lassù si adagiasse un manto di purezza su tutta la splendida Venezia Santa Lucia. Odori: dev’essere una mistura di polverestanchezza umidoillusionichedomanisaràmegliomaintantostoinfilaperilpane, la stanchezza e la pazienza di quegli uomini dell’est che anche Terzani ha sempre raccontato. Quella che ho visto per dieci anni della mia infanzia.

È stato intensissimo. Appena entrato dentro la cuccetta, odori colori e manipolazioni hanno aperto un canale transferale. Uno switch potentissimo verso un mondo, quello dei Balcani comunisti e socialisti. Anche il cuccettista è un vecchio uomo dei Balcani, col suo gilet dentro cui fa spallucce prima ancora che tu gli chieda qualsiasi cosa, e quella eterna sigaretta che gli accende un volto ancora attonito per non aver capito, forse, cos’è successo in tutto questo tempo e perché un chilometro dopo Villa Opicina le cose pian piano prendevano un altro colore. Eppure era solo un chilometro. Eppure chilometro dopo chilometro si ingrigivano.

Nel mio shock arancione fuoco gli vedo addosso la dignità di un intero popolo. Mentre passeggia sul binario è tutta la Serbia. Ci ricorda che sono interessanti, tutti quanti, quel chilometro dopo Villa Opicina. Poi c’è quel Nikola Tezla che vale da solo il prezzo della cuccetta: gli dissero che non sarebbe mai riuscito ad invertire il ciclo della corrente elettrica. Li ridicolizzò tutti poco tempo dopo. E tutt’oggi, in ogni istante di questa era in cui qualcosa brucia l’oro nero che poi passa alternandosi dentro ogni casa, ogni cellulare, ogni computer.

Respiro a pieni polmoni quell’odore di comunismo, mentre l’espresso lascia la laguna e comincia a volere prima Ljubljiana, poi Zagabria e poi Belgrado. Una dietro l’altra come le stelle del carro. Mi rendo conto che sarò solo, che tutto il vagone è praticamente vuoto, perché non si viaggia più così. Oggi è fuori moda. C’è l’alta velocità in Occidente, e le low cost a est di Roma. Oggi è da stupidi mandare un vagone da Belgrado a Venezia, con un cuccettista e 4 paganti. Ci hanno raccontato che non ha senso, che costa troppo, che è controproducente, che conviene inquinare l’atmosfera con gli scarichi dei motori a reazione, che la gente vuole spostarsi veloce e non sentire il rimasuglio d’odore del comunismo a est, che conviene nutrirli con l’aspettativa del tutto si può, del “e che ci vorrà mai ad arrivare di là dall’Adriatico con due eliche a reazione”. Ci hanno nutrito con il mito dell’efficienza, fregandosene dei limiti di una natura che vuole una notte da Venezia a Belgrado perché così hai più tempo di metabolizzare il cambio di tradizioni. E coglierle in tutta la loro essenza. 

L’efficienza. La chiamano così, o anche modernità. In realtà è solo portare le pecore al pascolo, dandogli odori asettici, come l’aria condizionata degli aeroporti, o la plastica dei sedili degli aerei, o le forme tutte uguali degli Airbus, e gli spazi stretti dove per un’ora e mezzo (mediamente si arriva da ogni parte d’Europa con novanta minuti di efficienza sparata in vena) non riesci nemmeno ad accavallare le gambe e tieni strette le chiappe che non si sa mai, qualcuno casca…si vabbè, ne cascano pochi, oh che dovrà toccare a me, no dai non è possibile, per la legge dei grandi numeri toccherà a qualcun altro. E così ogni tanto qualcuno si fa una bella supposta di efficienza e modernità, distendendosi al camposanto invece che in una cuccetta lungo un treno che illumina la notte tra Zagabria e Belgrado.

Ci hanno cresciuti a efficienza e modernità. Ci ha salvato John Carse, ricordandoci che anche loro, in questo gioco, pagano un prezzo. Il prezzo di riconoscere l’inevitabilità dell’accettazione di essere oppressi, ovvero se fossimo stati automi non sarebbe stata necessaria nessuna minaccia o nessuna creazione di Matrix. 

Leggo avidamente Terzani, come quando mangio avidamente. Non ho ancora imparato ad assaporare le cose. Lo diceva Perls, ma non ce la faccio proprio. Trangugio tutto, e non mi resta l’esperienza del sapore.
Nel silenzio si arriva a Villa Opicina. In quel teatro che è il binario uno siamo 3 o 4 spettatori in religioso silenzio di fronte all’imminente rito del passaggio: io, il cuccettista serbo, i due capitreno sloveni. Tutti sappiamo che stiamo per fare il passo di là, che non è un semplice passo, perché da lì si va dritti dritti nel cuore dell’Europa ferita. È come stare sull’orizzonte degli eventi del buco nero, ma stavolta Hawking non ci condanna alla disgregazione infinita della materia. Si può tornare, si può passare attraverso.

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