sabato 18 febbraio 2012

Continuar viaggiando


Ebbene si, rieccomi qui a buttar giù un po’ di quelle emozioni che continuano instancabilmente ad essere parte di me. È una domenica particolarmente silenziosa qui a Roma. Intorno a me è neve che ai primi raggi di sole inizia a sciogliersi. Da un po’ di giorni, causa obbligo catene a bordo, viaggio in metropolitana.  Ed è un odore forte e acre di ferro, tipico dello sfregare delle ruote dei vagoni sulle rotaie. Nonostante il freddo, la chiusura delle scuole e degli uffici pubblici, le carrozze sono popolate da decine e decine di donne, uomini e bambini.

E all’improvviso, alla fermata Garbatella, nella mia carrozza sale una ragazzina nomade, avrà al massimo 13 anni, va in giro sola elemosinando qualche spicciolo per se e per i suoi fratellini che sono, a suo dire, al freddo e senza cibo. È strano ma non mi impietosisce affatto, sorrido perché ho la certezza che il suo lamento non rappresenta affatto al realtà che sono abituata a toccare con mano quotidianamente. Il nostro per fortuna è un paese in cui ad oggi nessuno muore di fame o di freddo. La rete sociale costituita da associazioni no-profit e dalle istituzioni brulica in ogni angolo della città, in particolar modo con l’emergenza neve e freddo. E continuo a chiedermi come possa essere possibile che una ragazzina lamenti qualcosa di irreale? Cos’è che nella sua vita non è abbastanza? Cos’è che le manca davvero? Con la mente comincio ad immaginare e a fantasticare sulla sua cultura di origine, su quanto sia diverso il suo costume dal mio, su quanto lei possa desiderare di appartenere al nostro mondo e su quanto io invece possa desiderare di appartenere al suo.

Qualche giorno fa ho scoperto che una ormai mia ex collega di lavoro ha avuto il coraggio smisurato di mollare tutto (e con tutto intendo proprio tutto: famiglia, lavoro a tempo indeterminato, casa, macchina, ecc…) per realizzare il suo sogno: andare in Australia.
Armandosi unicamente di un permesso di soggiorno per un anno, sacco a pelo, tenda e tavola da surf sta attraversando parte della costa dell’Australia.  Ogni 50 km trova una cittadina dove, lavorando come consulente/psicologa presso abitazioni private di gente che sembra mirare prevalentemente al miglioramento del benessere emotivo della propria famiglia, riesce a raccogliere il necessario per “tirare avanti” i successivi 50 km, percorsi a piedi sulla spiaggia, alternati a momenti di tutt’uno con l’oceano. Ebbene si, questi si che sono veri sogni, questo si che è coraggio, questo si che è volersi emozionare!

Anche questo potrebbe essere chiamato “essere coraggiosi”, come quella ragazzina descritta poc’anzi.

Ma infondo ad ognuno di noi c’è un’essenza nomade, una voglia di evadere, di sentirsi cittadini del mondo per poterlo attraversare interamente. La verità è solo una: ci vuole coraggio. Tanto coraggio a mollare le centinaia di stereotipi ai quali siamo legati da sempre.
Chi lo ha deciso che quest’uomo che passa le sue giornate per strada o nei vagoni delle metropolitane a suonare con il suo sax per guadagnarsi da vivere divertendosi stia peggio di me? Ed ecco dov’è il segreto: fare un lavoro che ci diverta! Certo, non sempre è possibile, ma di sicuro non è qualcosa di impossibile. 

Ci vuole coraggio anche a volersi divertire.
Chiara

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